Pensare al mondo selvatico non come esempio di armonia ma come esempio di gestione dei conflitti
Nell’intervista a cura di Matilde Quarti, Cassini ripercorre i nodi teorici del saggio: Kopenawa e i sogni condivisi delle comunità amazzoniche, Hillman e la sua idea di “ecologia psichica”, fino alla gestione del conflitto come autentica cifra del mondo selvatico.
Andrea Cassini è un autore e filologo che abita sull’appenino toscano. Nel 2025 in un breve saggio uscito per Nottetempo, I diari del lupo, raccontava la partecipazione a un monitoraggio dei lupi per mezzo di fototrappole installate intorno alla sua proprietà, intervallando la sua esperienza personale alla riflessione sulla coesistenza tra uomo e fauna selvatica. Con Sulla via dell’orso, in libreria da giugno 2026 sempre per Nottetempo, Cassini riprende il discorso occupandosi di un altro grande selvatico, l’orso appunto. Cassini dedica ogni capitolo a una specie di orso, alla sua storia e a quella delle popolazioni che ci convivono. L’autore riesce in questo modo a intrecciare la sua vicenda a quella umana, creando un continuo rimando con le diverse culture che si sono confrontate con questo animale, indagando le differenze e individuando i momenti di crisi in cui l’uomo non è più riuscito a convivere con il selvatico.
Il patrimonio culturale a cui attinge Cassini è eterogeneo e racconta un dialogo tra specie, abbandonando il piano politico a cui siamo abituati a pensare quando parliamo di orsi e provando a cercare ipotesi di convivenza e buone pratiche, in cui l’uomo non è posto necessariamente su un piano di superiorità, ma può provare a sperimentare nuove flessibilità.
Nel prologo fai riferimento a Kopenawa e alle credenze delle comunità native amazzoniche per cui nel sonno, cito, “i sogni degli uomini si mescolano fra loro e con quelli dei cani che abitano nel villaggio”. E questi sogni danno un’indicazione profetica sul futuro. Perché ti è sembrato un riferimento rilevante?
Un’altra delle domande fondamentali con cui inizio il libro è “a cosa servono gli animali?”. Ovviamente non devono servire a nulla, ma è importante provare a capire che significato hanno per ciascuno di noi. Perché cerchiamo un certo animale? Perché lo sogniamo? Gli animali che compaiono nei sogni spesso non sono casuali. hanno un significato e, in un certo senso, sono dei visitatori. Kopenawa ci aiuta a elaborare questo pensiero. Nel mio libro esploro nello specifico l’orso, ma faccio riferimento anche agli animali selvatici in generale e in questo modo posso creare un percorso e aprire un dialogo. Per me, poi, La caduta del cielo [Kopenawa e Albert, Nottetempo 2018, ndr] è un libro fondamentale.
Trasmette non solo molta saggezza ma anche l’espressione di un angolo di mondo emarginato da cui, invece, avremmo molto da imparare. Il modo in cui le comunità amazzoniche si rapportano con la fauna selvatica e con l’ambiente che le circonda è estremamente interessante. Inoltre per loro gli animali domestici, o quelli che, pur essendo randagi come i cani, frequentano le aree abitate, fanno parte dello stesso mondo. Nel libro, gli animali, anche quelli selvatici che vengono cacciati, vengono chiamati “cognati”, per indicare un legame parentale.
Sognare l’animale e interpretarlo come un simbolo è potenzialmente una cosa positiva, ma spesso lo trasformiamo in una metafora negativa, basti pensare al lupo cattivo, o all’orso buffone.
Un’altra figura a cui dai voce nel prologo è lo psicoanalista James Hillman, che riteneva che gli animali siano il massimo sistema simbolico della coscienza umana.
Hillman sosteneva che gli animali che vediamo nei sogni rappresentino la nostra “ecologia psichica”, un’espressione che mi piace molto. Hillman suggeriva che il crollo della salute mentale nella civiltà occidentale, nella cosiddetta “civiltà del progresso” novecentesca, sia associata al declino e all’estinzione di una larga parte della fauna selvatica, proprio a causa del progresso stesso. Gli animali sono appunto il nostro massimo sistema simbolico, che comunica con noi a livelli molto profondi. E un altro aspetto da tenere in considerazione, quando si parla di mondo selvatico è il concetto di conflitto. Uno dei grandi errori che facciamo quando utilizziamo i simboli in maniera sbagliata è pensare che il mondo umano sia atroce mentre quello naturale, la Natura con la N maiuscola, sia puro e perfetto e gli animali abbiano i pregi che l’uomo ha perso. Ovviamente non è così, è l’immagine di un mondo che non esiste, il mondo selvatico è pieno di atrocità e violenza.
Credo che animali come i lupi e gli orsi ci destabilizzino così tanto perché la loro stessa sopravvivenza, che si basa sull’uccisione di prede, crea un paradosso con l’idea simbolica di natura innocente. L’approccio junghiano ci aiuta invece a capire che i lati oscuri non vanno considerati necessariamente malattia e deviazione, ma possono essere varchi aperti per la scoperta di qualcosa che ci appartiene.
Che il mondo degli animali non sia né pacifico né perfetto, ma possa servire da guida agli umani, è un concetto che infatti esprimi anche nel tuo testo.
Sì, non si dovrebbe pensare al mondo selvatico come esempio di armonia ma, piuttosto, come esempio di gestione dei conflitti. La fauna selvatica è piena di conflitti, ma gli animali sono dei veri maestri nella loro gestione: non possono permettersi violenza in eccesso, perché rischierebbero la vita e il gioco di sguardi che si instaura è un esempio di questa conduzione. Quando si pensa alla convivenza con i grandi carnivori, con i lupi e con gli orsi, si dovrebbe provare a prendere ispirazione dalla gestione del conflitto sia tra gli animali selvatici tra loro, sia tra questi e l’uomo.
Dopo aver scritto di lupi, questo nuovo libro è dedicato all’orso e per la sua struttura hai scelto di assegnare ogni capitolo a una specie di orso e all’area geografica di appartenenza. Questo rende evidente il suo legame trasversale con varie popolazioni del mondo, per cui rappresenta una connessione con il divino e con la natura. Oggi, almeno per quanto riguarda i Paesi occidentali, questo rapporto è cambiato.
Ho scelto di esplorare i vari continenti proprio per provare a spostare lo sguardo dall’Italia e dall’Europa, dove la convivenza con l’orso rappresenta oggi un tema importante. Volevo provare ad ampliare il discorso su altre specie di orso, su altri popoli, vedere sia come convivono adesso, sia come hanno gestito questo rapporto in passato. E poi che ruolo ha avuto l’orso nella storia, nella mitologia e nella cultura, perché la prospettiva che abbiamo sull’orso nel mondo occidentale è molto ristretta. Oggi, se pensiamo a chi sia il “re” degli animali ci viene in mente per prima cosa il leone, ma in passato in Europa si pensava all’orso. Poi, anche sotto la pressione della cultura cattolica, dall’Alto Medioevo in poi, ha preso piede una percezione opposta, per cui l’orso è diventato sia un animale pericoloso sia il “buffone”, che veniva catturato, tenuto in catene e costretto a danzare e a svolgere giochi per il pubblico. Questa evoluzione si riconnette all’aspetto stesso dell’orso, perché ha una certa somiglianza con l’uomo, per esempio nella faccia rotonda con gli occhi frontali, o nel fatto che stia in posizione eretta più spesso rispetto ad altri animali. Se, in principio, questa somiglianza lo rendeva ancora più nobile, ribaltando lo sguardo diventa invece ridicola. Insomma, volevo indagare come siamo arrivati dal considerare un animale così nobile all’oggi, in cui fa addirittura fatica a trovare spazio.
Questo spazio manca anche in Italia?
Sì. Penso all’orso marsicano, una sottospecie dell’orso bruno particolarmente rara e preziosa che vive solo in un’area tra Abruzzo, Lazio e Molise e di cui esistono una cinquantina di esemplari. Ed è un numero che non riesce ad aumentare, perché l’orso è un animale che ha bisogno di spazio e in Italia, dove ci sono molti boschi ma anche molti centri abitati, fa fatica.
Quelle del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise sono zone che rappresentano sotto tanti aspetti un modello di convivenza virtuosa con l’orso, nonostante singoli casi come quello dell’uccisione dell’orsa Amarena. L’area infatti è protetta e viene fatta un’ottima opera di sensibilizzazione ed educazione della popolazione, per cui le persone che vivono a contatto con gli orsi sono disposte a considerarli parte del loro ambiente. Nelle stesse zone, però, questa primavera si sono verificate delle uccisioni drammatiche e illegali di una ventina di lupi da parte di bracconieri. E poi dobbiamo considerare che il confine tra problema e soluzione è sempre labile: i luoghi dove si accetta più facilmente la presenza di fauna selvatica sono anche quelli dove spesso gli animali diventano più confidenti, e, avendo smesso di interpretare l’uomo come un pericolo, si avvicinano ai centri abitati. Mi sembra una grande sfida: capire qual è il margine di azione e quanto la presenza dell’uomo sul territorio, nonostante tutti gli accorgimenti, sia compatibile con quella degli orsi e dell’aumento della loro popolazione.
Rispetto al lupo, che è un animale più adattabile, gli orsi come ho detto fanno più fatica in questo senso e noi, essendo più flessibili, dovremmo provare ad andargli incontro.
Quali sono le differenze con il Trentino, dove l’orso bruno è stato reintrodotto?
Il punto è proprio la reintroduzione: non si tratta solo di un fatto tecnico ma dell’impatto psicologico della parola stessa sulle persone. Fa scattare un meccanismo mentale per cui si è portati a pensare: “come lo abbiamo messo, se l’esperimento non funziona, lo possiamo togliere e torniamo a come era prima”.
Ma cosa si intende con prima? Perché effettivamente negli ultimi decenni del Novecento nel Trentino l’orso era assente, ma prima ancora no, così come era presente in tutta la penisola italiana. In un territorio come l’Abruzzo, dove si è abituati alla presenza dell’orso, i pastori sanno di dover seguire delle misure di sicurezza, dalle recinzioni ai cani da guardiania, mentre magari nelle comunità trentine questo pensiero non è ancora automatico.
Ovviamente, sta agli enti scientifici e politici cercare di rendere questa transizione il più semplice possibile: c’è chi ha tentato di farlo e chi, per altri interessi, ha remato contro. Fin dall’inizio quella per l’orso è stata una battaglia in cui l’animale è diventato quasi uno strumento usato per scopi politici.
Per Nottetempo, come dicevamo, hai scritto anche un libro dedicato al lupo. Quali sono le differenze tra questi grandi selvatici a livello culturale e simbolico?
In realtà io vedo più somiglianze che differenze. Nel senso che entrambi gli animali sono stati inizialmente rivestiti di un ruolo simbolico nobile, sono stati un modello virtuoso e poi, nel corso del tempo, in particolare nelle culture occidentali, su orso e lupo sono stati proiettati aspetti negativi della personalità umana, trasformandoli in un simbolo di natura opposta.
Il lupo è diventato “cattivo”, un esempio di ferocia, crudeltà e violenza irrazionale. Ed è proprio un pensiero insensato, perché gli animali non possono essere violenti e irrazionali come lo intendiamo noi, altrimenti non sopravviverebbero in natura. Invece, le differenze tra i due animali si possono ritrovare sia nelle loro abitudini e comportamenti, sia nel loro aspetto. L’orso non si può nascondere, afferma la sua presenza e ha bisogno di un’areale ampio, mentre la natura del lupo è più sfuggente e questo aspetto è anche alla base di una sua maggiore flessibilità all’ambiente in cui si trova e all’adattamento ad areali anche molto piccoli.
Il lupo non cerca attivamente i pericoli e, nonostante quello che si pensa, non cerca attivamente neanche il contatto con l’uomo. Per questo, in tante storie provenienti da varie regioni del mondo, emerge l’idea dell’incontro con il lupo come qualcosa di raro e con un alto valore simbolico. Sostenere lo sguardo del lupo diventa simbolo di coraggio e l’incontro è un rito di passaggio.
Matilde Quarti è giornalista pubblicista, si occupa in particolare di cultura e società
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