Come vivere nella società automatica?
'Hacking del sé. Disertare il capitalismo del controllo' testimonia il percorso compiuto dal gruppo di ricerca Ippolita sul terreno di culture digitali, filosofia dell’informatica, tecnopolitica, editoria e formazione, con un taglio femminista e libertario.
Il volume, pubblicato da Agenzia X, raccoglie una selezione di scritti che indicano le principali tappe di questo itinerario. Pubblichiamo qui il capitolo intitolato "Come vivere nella società automatica?", uscito originariamente come postfazione a 'La società automatica' di Bernard Stiegler.
'Hacking del sé. Disertare il capitalismo del controllo' testimonia il percorso compiuto dal gruppo di ricerca Ippolita sul terreno di culture digitali, filosofia dell’informatica, tecnopolitica, editoria e formazione, con un taglio femminista e libertario.
Il volume, pubblicato da Agenzia X, raccoglie una selezione di scritti che indicano le principali tappe di questo itinerario. Pubblichiamo qui il capitolo intitolato "Come vivere nella società automatica?", uscito originariamente come postfazione a 'La società automatica' di Bernard Stiegler.
Come vivere nella società automatica?
Come vivere nella società automatica?
È questa una domanda principalmente politica ed etica. Politica, in quanto etica del vivere insieme; etica, per il modo del vivere insieme con se stessi, coscienti di sé, delle proprie scelte ecosistemiche, senza fratture psichiche né dissonanze cognitive.
Una domanda che è giusto porsi, in un momento storico e sociale come quello attuale in cui pulsioni oscurantiste, razziste, sessiste emergono in ogni angolo del pianeta, saldandosi con dinamiche identitarie sempre più meschine e violente. Un momento nel quale le trombe della piena automazione e del transumanismo suonano sempre più forte, promettendo trasformazioni sociali vaghe e di là da venire – nell’incapacità più totale di mettere in discussione il regime algoritmico, il suprematismo informatico e l’anarcocapitalismo che ne è la base e il terreno di coltura.
Delle grandi questioni che agitano i demoni del contemporaneo – a partire da quella ecologica e specista, passando per quella legata al genere, per la razziale/coloniale, la religiosa (sempre molto nascosta), arrivando infine a quella capitalista – un destino bizzarro sembra spettare alla questione tecnica.
Infatti, se negli ultimi anni a una fase di entusiasmo si è passati a un imbarazzante quanto tardivo momento critico di pentimento – testimoniato dal moltiplicarsi della pubblicistica editoriale e dal fiorire di digital studies nei dipartimenti universitari più disparati – non sembra però ancora presente uno spazio adeguatamente critico e radicale per l’approfondimento delle conseguenze date dal dispiegarsi planetario dell’elemento digitale. Elemento che ha ormai toccato ogni ambito della vita umana e non umana e le cui implicazioni vengono costantemente confuse e sottovalutate.
Principalmente perché un’analisi rigorosa e politicizzata della questione tecnica (o forse sarebbe meglio dire tecnologica) non può prescindere dal riconoscere gli esiti disastrosi del capitalismo (digitale) e poiché le due – questione tecnica e capitalista – tendono a intrecciarsi, a sovrapporsi e a confondersi in questo momento storico, ben pochi sono coloro che sembrano essere disposti a correre il rischio, facendo certe ricerche, di vedersi negato un bel finanziamento, magari da qualche importante fondazione bancaria. Poi perché, proprio in quanto l’elemento digitale impatta ogni ambito della vita – tanto nella costruzione di sé, quanto in quella della comunità, cioè dello stare insieme – riverbera su e condiziona le altre grandi questioni, ossia quelle ecologica e specista, quella femminista e queer, la razziale e coloniale, la religiosa.
Non si pensi che nell’attuale scenario queste istanze siano scollegate tra loro e che si possano affrontare separatamente. Non si faccia l’errore di stabilire una gerarchia di valore nelle lotte. Alla base della questione tecnologica è in atto una relazione di potere, di dominio e sfruttamento, nei confronti di ciò che di volta in volta viene identificato come strumento – che comprende il concatenamento che ne rende possibile la messa in azione: l’animale, lo schiavo, l’operaio, l’automa. Il braccio meccanico è funzionale allo strumento che aziona; il servo-meccanismo non è lo strumento, ma essendo parte attiva del suo funzionamento fa parte della catena che lo rende produttivo. Materia prima, strumento, automazione, merce, consumo fanno parte del medesimo circuito – o concatenamento – che articola il dominio e che ha l’oggetto tecnico, ossia lo strumento, al suo centro. Questa relazione articola (e così istituisce) la differenza tra il soggetto dominante, ed efficiente, e lo strumento, o l’oggetto.
Nella società automatica questa relazione strumentale di dominio viene occultata grazie allo strumento tecnico-tecnologico che illumina e illude la differenza tra organico e inorganico e contemporaneamente pervade ogni ambito della vita umana e non umana. Quindi, tornando alla domanda di partenza, e correggendola: come vivere – bene e felicemente – in una società automatica? Come vivere la catastrofe?
Prima di tutto occorre osservare ciò che sta intorno a noi, senza lasciarsi tentare dalle spiegazioni più scontate e a portata di mano. Si sa, il dubbio è una pianta officinale, coltiviamola! Se volgiamo la nostra attenzione agli strumenti tecnologici oggi più diffusi e più usati, smartphone, tablet e pc, colpisce la loro distribuzione capillare sul pianeta. Se guardiamo più da vicino questi oggetti noteremo che, sia lato software sia hardware, la maggior parte sono usati secondo le impostazioni stabilite dai rispettivi produttori, è il cosiddetto default power. Soprattutto per quanto riguarda i mobile, questo significa il drenaggio di tutte le informazioni che transitano dagli apparecchi via sistema operativo preinstallato e attraverso gli applicativi più usati. Una mole immensa di dati che viene stoccata nei data-center di Google, Amazon, Facebook, Apple ecc.
Il modello economico delle tecnologie commerciali è basato su una risorsa inesauribile: la capacità umana di comunicare e produrre senso. Poiché siamo abituati a pensare che il tema del controllo sociale sia di esclusivo appannaggio politico, mentre oggi passa dall’ambito commerciale, è difficile riuscire a immaginare la portata di questo fenomeno. La raccolta delle informazioni sulle identità, attraverso le tecniche del profiling, è la parte concreta sulla quale si fondano i guadagni delle società di servizi gratuiti online. Come fa l’utente a diventare una merce? Bisogna reificarlo, cioè renderlo un oggetto di studio misurabile. Si tratta di un monitoraggio che non include solo i consumi correnti, ma che anticipa i desideri di consumo. La reificazione è il procedimento di creazione di un modello semplificato sul quale compiere elaborazioni come se si trattasse di un insieme qualsiasi di dati di altro tipo. I servizi che usano questa strategia adottano dei procedimenti di gamificazione per aumentare la raccolta di dati sugli utenti. La gamificazione è un insieme di pratiche che permette di aumentare i livelli di prestazione in base a parametri espliciti (punteggi e altro) e impliciti (il comportamento da implementare). La ripetizione di un’azione ritenuta corretta viene stimolata attraverso premi, crediti, accesso a un livello gerarchico superiore, pubblicazione di classifiche. Dal punto di vista normativo, si premia il rispetto delle regole. È una normatività totalmente piena e positiva, priva di dimensione etica poiché il valore del comportamento è determinato dal sistema, non dalla riflessione personale e collettiva sull’azione stessa. Quello che viene così raccolto è un flusso in movimento che aumenta e si modifica di giorno in giorno, seguendo l’uso che ne fa l’utente. Per questo tipo di tecnologie siamo ciò che facciamo, sulla scia di un comportamentismo piatto e impoverito.
I più si indignano per gli aspetti inquietanti legati alla privacy che sono, però, solo una delle questioni da valutare, e forse non la più grave. Se a questo punto indossassimo un paio di occhiali con lenti psico-sociali, saremmo forse in grado di vedere l’impatto che le tecnologie commerciali hanno sui loro utenti e come influiscano sulla costituzione della loro soggettività, sulla loro formazione e sul loro vivere comune.
Stiegler è certamente uno dei pochi studiosi – insieme a Geert Lovink e uno sparuto manipolo di altri – che è stato in grado di cogliere in tempi non sospetti qual era e qual è la posta in palio, al tempo stesso politica ed etica, delle attuali tecnologie digitali commerciali. Ed è significativo che per riuscire a operare una disanima approfondita del fascio di problemi inerenti il filosofo francese ricorra a buona parte della cultura critica novecentesca, a cominciare da Simondon, passando per Deleuze, Gorz, Derrida, Guattari, Foucault, Adorno e Horkheimer, intrecciando il sapere filosofico con quello psicologico, antropologico e sociologico. In questo modo Stiegler dà vita a un vasto e approfondito programma di ricerca fuori dal comune. Un lavoro che riteniamo di primaria importanza per contribuire a una maggiore comprensione dei fenomeni che stiamo vivendo a livello globale, dovuti allo sviluppo e alla diffusione delle tecnologie digitali commerciali di computazione e comunicazione.
Per Stiegler la strutturazione di ogni individuazione psichica e collettiva, quindi transindividuale, che le attuali tecnologie condizionano e vanno a formare non sono un destino ineluttabile; certamente, al momento conducono al nichilismo e alla negazione del sapere ma ciò dipende dalla capacità di agire delle terapeutiche adeguate.A questo proposito, nei nostri testi in passato abbiamo parlato di delega tecnica e delega sociale; dato che milioni di utenti si servono di app e servizi per il monitoraggio e la gestione di aspetti sempre più numerosi della vita quotidiana, è in atto in misura sempre maggiore una delega reiterata dei desideri e delle capacità cognitive a procedure algoritmiche. Ma se le tecnologie non sono neutre, bensì incarnano e configurano mondi, la delega tecnica si rivela per quello che è: delega sociale e politica.Noi chiamiamo “norma strumentale” quella forma di rapporto di dominio che investe potenzialmente ogni relazione con esseri umani, non umani e le cose del mondo, prevalentemente ma non necessariamente con e attraverso l’oggetto tecnico. Questo è il punto su cui si deve intervenire. La norma strumentale si diffonde e si impone mediante la familiarità con le tecnologie digitali commerciali, cioè con la ripetizione della delega tecnica, ma le è precedente sia da un punto di vista storico, logico e valoriale. Il suo effetto è di rendere comune e abituale un numero crescente di azioni e relazioni cui viene riconosciuto valore in quanto profittevole, secondo l’etica del consumo incarnata appunto dall’utente, colui che è paradossalmente al servizio dei fornitori del servizio.
Il gruppo di ricerca indipendente Ippolita nasce nel solco dell’hacking politico delle comunità che si sono venute a creare dentro e intorno agli hacklab e agli hackmeeting – a partire dal 1999, anno dell’hackmeeting ospitato a Milano dentro il vulcanico e creativo centro sociale Deposito Bulk. Pertanto, il sapere tecnico e scientifico che abbiamo messo in gioco a partire dal nostro primo libro, nel 2005, è da sempre radicato nelle pratiche di attivismo digitale. Se rimarchiamo questo fatto è perché ci interessa far comprendere a chi legge quale sia il particolare posizionamento dal quale prendiamo parola.
Di hacking Stiegler ne parla poco, ma almeno in un punto Stiegler ne accenna in modo significativo, nel paragrafo 94 nel quale, sulla scorta di Gorz, invita a osservare “le lotte micro-politiche” condotte in questi ambienti. Per noi ciò riguarda da vicino alcune istanze che portiamo avanti da tempo; tra le altre: l’invenzione e l’uso e di tecnologie conviviali e l’hacking del sé.
Le tecnologie conviviali sono, sulla scia di Ivan Illich, un modo diverso di immaginare, fare e praticare le tecnologie, a misura di comunità. Un tipo di tecnologia non oppressiva che invece di promettere miracoli e produrre assoggettamento e asservimento, consente emancipazione e potenziamento ecosociale. Questo può avvenire se i processi di costruzione dei mondi condivisi sono resi espliciti, se la mediazione tecnica diventa il più possibile trasparente e comprensibile per le persone, non viceversa.
La collaborazione può allora dare vita alle tecnologie conviviali nel momento in cui crea uno spazio condiviso, uno spazio di relazione basato sulla fiducia. Questo spazio si chiama collettivo ed è lo spazio della comunità. Di cosa stiamo parlando? Di pratiche legate alla creazione e diffusione di hardware e software libero, di server autogestiti, di reti wireless autonome e alternative, dell’uso di piattaforme di comunicazione sociale decentrate, distribuite e federabili, per cominciare. Usare una tecnologia conviviale – insieme – significa modificarsi e modificare la realtà, la propria e quella che ci circonda.
Per hacking del sé, ispirandoci ai lavori dell’ultimo Foucault, intendiamo un esercizio di cura del sé che inizia con il comprendere quale tipo di norma le megamacchine sono capaci di farci assumere, per capire come disinnescarla prima che la sua forza ci renda conformi e oppressi. Avere riguardo per il proprio corpo digitale, proteggerlo perché si emancipi dall’informatica commerciale, riconoscere l’importanza che ha nella nostra vita, significa fare un passo di consapevolezza tecnica e nel contempo di responsabilità etica verso noi stessi e verso la comunità. Per questo secondo noi il campo di battaglia si gioca sulla cura di sé, tra addestramento e consapevolezza, ed è qui che si aprono margini possibili di emancipazione e coscientizzazione. Si sarà compreso a questo punto come le tecnologie conviviali e l’hacking del sé siano in un rapporto di interdipendenza.
Dunque, quale ethos assumere nella società del controllo per non farsi leggere e regolare totalmente dal dispositivo? Il lavoro da fare è comprendere che tipo di riconfigurazione sta avvenendo e agire una decodifica delle norme che tentano di scriverci addosso: è questo l’esercizio e l’abito che stiamo ricercando. Osservare e osservarsi, andare domandando, sperimentare e verificare nuove individuazioni psichiche e collettive.

Il gruppo di ricerca indipendente Ippolita è autore collettivo di numerosi saggi, tra cui Anime elettriche (2016), Tecnologie del dominio (2017) ed Etica hacker e anarco-capitalismo (2019). Cura le collane: Culture radicali (per Meltemi Editore), Selene e Postuman3 (per Mimesis Edizioni).
Il gruppo di ricerca indipendente Ippolita è autore collettivo di numerosi saggi, tra cui Anime elettriche (2016), Tecnologie del dominio (2017) ed Etica hacker e anarco-capitalismo (2019). Cura le collane: Culture radicali (per Meltemi Editore), Selene e Postuman3 (per Mimesis Edizioni).
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