Il vincolo della vergogna. Letture oblique
Con 'Il vincolo della vergogna', Carlo Ginzburg affronta uno dei nodi più scomodi dell’appartenenza: non ciò che si ama o si rivendica, ma ciò di cui ci si può vergognare. La vergogna, intesa come categoria storica e morale e non come fatto privato, rivela il punto in cui l’individuo scopre di essere implicato in una storia che non ha scelto, ma che lo vincola.
Pubblicato da Adelphi, il volume raccoglie sedici saggi costruiti come letture oblique: immagini, testi ed episodi marginali diventano strumenti per incrinare le retoriche identitarie e mettere in crisi l’idea di un io autonomo e sovrano. La microstoria diviene così postura critica prima ancora che metodo.
Con 'Il vincolo della vergogna', Carlo Ginzburg affronta uno dei nodi più scomodi dell’appartenenza: non ciò che si ama o si rivendica, ma ciò di cui ci si può vergognare. La vergogna, intesa come categoria storica e morale e non come fatto privato, rivela il punto in cui l’individuo scopre di essere implicato in una storia che non ha scelto, ma che lo vincola.
Pubblicato da Adelphi, il volume raccoglie sedici saggi costruiti come letture oblique: immagini, testi ed episodi marginali diventano strumenti per incrinare le retoriche identitarie e mettere in crisi l’idea di un io autonomo e sovrano. La microstoria diviene così postura critica prima ancora che metodo.
Francesco Musolino (Messina, 1981) è giornalista e scrittore. Ha scritto “L’attimo prima” (Rizzoli, 2019), “Mare mosso” (E/O, 2022) e il noir mediterraneo “Giallo Lipari” (E/O, 2025 – Selezione Premio Scerbanenco). Collabora con la Scuola Holden ed è l’ideatore del progetto non profit @Stoleggendo.
Con Il vincolo della vergogna, Carlo Ginzburg porta a maturazione una delle linee più profonde e meno pacificanti del suo lavoro: l’idea che l’appartenenza non si fondi sull’identificazione, sull’orgoglio o sull’adesione emotiva, ma su un sentimento più scomodo e più vincolante: la vergogna. Ginzburg intende la vergogna, non come fatto privato o psicologico, ma come categoria storica e morale, capace di rivelare il punto in cui l’individuo smette di pensarsi autonomo e si scopre implicato in una storia che non ha scelto: «Molto tempo fa mi sono reso conto improvvisamente che il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare. La vergogna può essere un legame più forte dell’amore».
Il volume, pubblicato da Adelphi Edizioni (pp.280 €28), raccoglie sedici saggi scritti tra il 2005 e il 2023 e non si tratta di un’antologia eterogenea, ma una costellazione coerente di “letture oblique”: testi che affrontano immagini, parole, opere, episodi marginali solo in apparenza, per farne emergere una densità storica inattesa ma di sorprendente chiarezza. La coerenza non è tematica, ma metodologica; Ginzburg procede per scarti e deviazioni, dettagli minimi che funzionano come spie. È la microstoria nel suo senso più radicale: non una specializzazione, ma una strategia conoscitiva.
Il saggio che dà il titolo al libro ne esplicita il nucleo teorico, l’appartenenza, secondo Ginzburg, non coincide con ciò che si ama, ma con ciò di cui ci si può vergognare. La vergogna stessa segnala un legame: indica il luogo – simbolico e storico – in cui ci riconosciamo coinvolti, anche contro la nostra volontà. A differenza dell’indignazione o dell’orrore, che possono essere provati a distanza, la vergogna implica prossimità, contiguità, aderenza. È un sentimento che non si sceglie e che proprio per questo rivela un vincolo.
Questo rovesciamento ha conseguenze decisive. Innanzitutto, incrina l’idea moderna di individuo come soggetto sovrano e autosufficiente. La vergogna, così intesa, mostra un Io sempre esposto, situato, attraversato da storie che lo precedono; in secondo luogo mette in crisi le retoriche identitarie, fondate su immagini compatte e pacificate dell’appartenenza. Qui l’identità non è un’essenza, ma una configurazione instabile, spesso prodotta da fratture, esclusioni, violenze. Non qualcosa da rivendicare, ma da interrogare.
I sedici saggi del volume sono divisi in quattro sezioni e danno corpo a questa prospettiva attraverso una pluralità di materiali: iconografie politiche, testi filologici, immagini artistiche, documenti scientifici, apparati simbolici. Le immagini, in particolare, occupano un ruolo centrale perché non funzionano come semplici supporti illustrativi, ma come dispositivi critici. Non confermano un discorso già costruito, lo mettono in crisi. Invece di chiarire, complicano; invece, di rassicurare, tradiscono. È proprio in ciò che mostrano – in una postura, in un dettaglio anatomico, in una soluzione formale apparentemente neutra – che affiora una verità storica non intenzionale.
Accade, per esempio, quando Ginzburg si confronta con le grandi immagini del potere politico moderno: ciò che appare come una figura compatta e sovrana rivela, a uno sguardo ravvicinato, una composizione fragile, artificiale, costruita per somma di corpi e di sottomissioni. Allo stesso modo, nei materiali prodotti dalla scienza ottocentesca – come i ritratti “compositi” che pretendono di fissare tipi umani, morali o razziali – l’aspirazione all’oggettività lascia emergere una violenza classificatoria che l’apparato scientifico tenta di occultare. Ecco che l’immagine, invece di stabilizzare il senso, lo incrina in modo irrimediabile.
Anche l’iconografia religiosa e monumentale funziona secondo questa logica. Le raffigurazioni del Giudizio, i corpi piegati, i gesti di vergogna o di esposizione non controllata tradiscono una tensione che eccede l’intento edificante o dottrinale. Ciò che dovrebbe mostrare ordine, gerarchia, salvezza, lascia filtrare paura, sottomissione, vulnerabilità. La vergogna, qui, non è nominata, ma inscritta nei corpi stessi dei fedeli. In questi casi l’immagine diventa una soglia: non un messaggio da decifrare, ma un luogo di attrito fra intenzione e risultato, fra potere e rappresentazione. È in queste crepe – in ciò che sfugge al controllo di chi ha prodotto l’immagine – che la storia si rende leggibile. Non come narrazione lineare o progressiva, ma come campo di tensioni, conflitti, residui non pacificati. Ginzburg guarda alle immagini proprio per questo: perché, più dei testi programmatici, conservano le tracce di ciò che non avrebbe dovuto essere visto.
Un altro nodo cruciale del libro è il rapporto fra memoria e storia. Ginzburg insiste sulla necessità di tenerle distinte senza separarle. La memoria è selettiva, emotiva, spesso deformante; la storia è un lavoro critico che deve saper prendere distanza, anche da ciò che coinvolge emotivamente. Confonderle, significa esporsi alla banalizzazione o all’uso strumentale del passato; separarle rigidamente significa perdere la capacità di capire perché certi eventi continuano a produrre ferite, disagio, vergogna nel presente. Il punto non è scegliere tra coinvolgimento e distacco, ma abitare la tensione fra i due.
Il vincolo della vergogna è un libro esigente. Non offre consolazioni né soluzioni identitarie. Non propone una morale, ma una postura: è necessario accettare che la conoscenza storica implichi esposizione, disagio e responsabilità. In un tempo che tende a ridurre la storia a repertorio simbolico o a strumento di autoassoluzione, Ginzburg rivendica un’altra funzione del pensiero: non proteggerci dalla vergogna, ma usarla come criterio di verità, come una lente per leggere la realtà.
‘Il vincolo della vergogna. Letture oblique’ di Carlo Ginzburg è pubblicato in Italia da Adelphi.
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