La teoria della foresta oscura nell’epoca dell’AI
Pubblichiamo l'introduzione a Internet è una foresta oscura di Bogna Konior, uscito quest'anno per NERO Editions nella traduzione di Simone Sauza. Muovendo dalla celebre "teoria della foresta oscura" di Liu Cixin — secondo cui l'universo potrebbe essere un ambiente talmente ostile da rendere ogni comunicazione un atto suicida — Konior costruisce una teoria della rete come spazio di sopravvivenza cognitiva.
Internet è una foresta oscura indaga il modo il cui l’intelligenza – umana e artificiale – si manifesta in condizioni di segretezza e ostilità. Esprimersi online è oggi un rischio calcolato, restare in silenzio è un atto di resistenza.
Pubblichiamo l'introduzione a Internet è una foresta oscura di Bogna Konior, uscito quest'anno per NERO Editions nella traduzione di Simone Sauza. Muovendo dalla celebre "teoria della foresta oscura" di Liu Cixin — secondo cui l'universo potrebbe essere un ambiente talmente ostile da rendere ogni comunicazione un atto suicida — Konior costruisce una teoria della rete come spazio di sopravvivenza cognitiva.
Internet è una foresta oscura indaga il modo il cui l’intelligenza – umana e artificiale – si manifesta in condizioni di segretezza e ostilità. Esprimersi online è oggi un rischio calcolato, restare in silenzio è un atto di resistenza.
Agli albori di internet la computazione e il cosmo, in tutta la loro misteriosa immensità, erano uniti da un legame profondo. Negli anni Sessanta, con il progetto «Augmentation of Human Intellect», Douglas Engelbart si occupò di fenomeni come la percezione a distanza, la precognizione e la percezione extrasensoriale. Gli esiti di quel progetto furono l’invenzione del mouse e dell’ipertesto, oltre ad alcune delle prime formulazioni dell’idea di World Wide Web, che aprirono la strada a quello che sarebbe diventato il paradigma informatico moderno. Molti dei pionieri delle reti informatiche si dedicavano al contempo al progetto SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence) e – cosa ben più inquietante per chi ha a cuore la sicurezza umana in una galassia fredda e silenziosa – al METI (Messaging to ExtraTerrestrial Intelligence).
Tale connessione è evidente se si guarda alla vita di Jacques Vallée, pioniere di internet che contribuì allo sviluppo del primo sistema di comunicazione ARPANET. Nel 1963 Vallée realizzò anche la prima mappa computerizzata di Marte e divenne una figura fondativa dell’ufologia moderna. In contrasto con l’immaginario comune, per Vallée gli incontri alieni non sono necessariamente di natura extraterrestre, né vanno pensati come es seri o oggetti distinti, ma piuttosto come aperture e slittamenti temporanei nelle nostre esperienze sensoriali e mentali, alla stregua di «finestre» percettive.
Esperienze anomale di questo genere sollevano interrogativi sul funzionamento della percezione e della sensazione. Le trance di depersonalizzazione o le esperienze extracorporee sono illusioni o fenomeni psicosomatici? Si tratta di stati psicologici o oggettivi? Avvengono dentro o fuori la mente umana? E dove tracciamo il confine? La nostra percezione funziona in modo corretto per la maggior parte del tempo e vacilla solo quando ci imbattiamo in qualcosa di fuori dall’ordinario? Oppure è proprio attraverso tali anomalie che acquisiamo conoscenza? Infine, che cosa accade nel la mente umana quando sente di essere manovrata da segnali esterni, come se fosse mossa da una for za estranea?
In questo senso, si potrebbe dire che internet è un’invasione aliena, in cui il desiderio di esibirsi, esporsi ed esprimersi ci trascina come se provenisse da un altrove. «Il linguaggio è un virus venuto dallo spazio», diceva William Burroughs. «Internet è una forma di vita aliena», per dirla con David Bowie. Essere online equivale a un’alterazione della percezione e dell’esperienza. Le «finestre percettive» di Vallée somigliano alle finestre dei nostri browser. Le trance, in cui il tempo svanisce o si piega, sono ormai all’ordine del giorno.
Resta una questione aperta: se disponiamo davvero di una mente autonoma, con volontà e capacità di scelta, o se invece siamo imbrigliati a un algoritmo inumano che piega le nostre menti e i nostri sensi al proprio ritmo macchinico. Il filosofo Antón BarbaKay, in A Web of Our Own Making: The Nature of Digital Formation, scrive che per noi internet è un luogo al tempo stesso reale e irreale, che funziona in maniera simile al paradiso e l’inferno nell’immaginario dei cristiani medievali: una dimensione spettrale che la nostra immaginazione e il nostro desiderio abitano ogni giorno, che diventa reale perché ci comportiamo come se lo fosse e che, a sua volta, riprogramma intimamente il nostro pensiero e le nostre azioni.
Estendendosi sull’intero globo, tra i satelliti celesti e i cavi posati sul fondo oceanico, internet è una sorta di delirio tascabile che teniamo sempre a portata di mano. In poco tempo, e forse in modo inaspettato, ci siamo ritrovati invischiati nella rete: non più una tecnologia separata da noi, ma l’ingranaggio stesso delle nostre vite, che si insinua nei nostri pensieri più intimi e apparentemente autonomi. Nel giro di pochi decenni, stare costantemente online è passato dall’essere appannaggio di ribelli, narcisisti, depressi, maniaci, reietti, solitari e drogati di internet a diventare una pratica quotidiana per ogni persona comune dotata di computer. Dal momento che internet costituisce ormai l’impalcatura di gran parte della vita umana, non è escluso che gli studiosi un giorno possano considerare i nostri scritti sull’argomento come veri e propri trattati sull’esistenza, sull’esperienza, sulla percezione e sulla comunicazione.
Oggi, quando leggiamo un’opera filosofica come l’Etica di Baruch Spinoza, capiamo che ciò che egli chiama «Dio» è in realtà l’esistenza stessa, e cogliamo immediatamente la rilevanza della sua indagine al di là della teologia. E lo stesso potrebbe valere per tutte le filosofie di internet oggi in circolazione. Man mano che diventa più difficile da scollegare dalla psiche umana e da tutte le attività sociali, internet si trasforma in un problema urgente che la filosofia deve affrontare, là dove le questioni di destino e libertà, di agency e controllo, di sofferenza e coraggio, di umano e inumano diventano esperienze profondamente vissute in prima persona.
Eppure, poco è stato fatto in termini di una filosofia (o – come si direbbe oggi – di una «theory») di internet. Nonostante negli ultimi venticinque anni sia stata oggetto di innumerevoli saggi e libri, questa tecnologia viene perlopiù trattata come un pretesto per parlare d’altro: sistemi economici, mali sociali e politici, disagi psicologici o fallimenti morali. In volumi tanto numerosi quanto simili tra loro, gli studiosi hanno cercato di demistificare internet analizzando l’economia capitalista di cui è parte, la sua architettura materiale e l’ideologia politica che la sostiene, nel tentativo di far apparire l’infrastruttura della nostra mente ordinaria come le strade che calpestiamo ogni giorno.
Questo breve libro si assume il compito di una «teoria di internet» in modo diverso: innalzando di nuovo internet fino in cielo e recuperando il suo legame con la nostra ricerca sui segnali extraterrestri. Al di là delle loro comuni origini moderne, internet e ufologia si incontrano sotto molti aspetti; in particolare, nel modo in cui entrambe hanno a che fare con la comunicazione: tra esseri umani, tra umani e alieni, tra umani e macchine, e tra le macchine stesse.
La comunicazione riguarda il noto e l’ignoto, l’istintivo e l’intenzionale, il dicibile e l’oscuro, che non può essere tradotto in parole. Apparentemente, la comunicazione digitale riguarda i segnali: gli esseri umani, nel linguaggio della cibernetica, funzionano come nodi imbrigliati in cicli di feedback attraverso reti biotiche e macchiniche; si svolge a distanze immense ma anche in spazi immediati e viscerali, nell’interiorità delle nostre menti, dove gli altri – e sempre più spesso anche gli agenti artificiali – si manifestano come stimoli. E tuttavia, a un livello più profondo, la comunicazione digitale riguarda anche il nostro posto nel cosmo. Il fatto stesso che internet esista è forse un indizio che l’universo sia immorale o ad dirittura malvagio? O non è piuttosto soltanto uno strumento, determinato dalle circostanze storiche e sociali, che può produrre tanto il bene quanto il male? E che dire di noi, gli utenti? È il libero arbitrio a guidare il nostro agire oppure seguiamo ciecamente l’oscillazione delle stelle o i sussurri del le macchine? Gli esseri umani sono unici o sono soltanto un altro «modo» della comunicazione, in continuità con i computer? Siamo soli o là fuori c’è altro, qualcosa di inumano, che se ne sta in agguato e ci osserva?
L’ufologia come cornice per pensare internet alla luce di queste domande richiederebbe un intero volume a sé. Questo breve libro, invece, si misura con una teoria in particolare. All’inizio de gli anni Novanta, l’ingegnere e scrittore Liu Cixin creò una simulazione al computer in cui ogni potenziale civiltà intelligente dell’universo era ridotta a un singolo punto. Nella versione più complessa, «programmò 350.000 civiltà entro un raggio di centomila anni luce e fece lavorare per ore il suo computer 286 per calcolarne l’evoluzione… la conclusione avrebbe dato fondamento e forma alla sua visione del mondo». Questa visione, influenzata dalla teoria dei giochi, si riassume nell’idea spietata che l’universo funzioni secondo la logica di una macchina da guerra cosmica. La simulazione mostrò che un conflitto mortale tra civiltà aliene è inevitabile. Ogni tentativo di contatto con altre civiltà è in sé ingenuo e pericoloso: chi osasse farsi sentire attirerebbe su di sé attenzioni indesiderate, esponendosi al rischio di morte. La «teoria della foresta oscura» di Liu Cixin sostiene che l’universo pullula di vita intelligente, ma resta inquietantemente silenzioso, dal momento che le civiltà più accorte tacciono per non essere individuate. Poiché una comunicazione trasparente che riveli la propria posizione è pericolosa, l’occultamento o il silenzio assoluto sono gli uni ci comportamenti intelligenti.
E così, quando noi umani usiamo le nostre tecnologie per tentare un primo contatto, nella speranza di non essere soli nell’universo, di veder riconosciuta l’abilità tecnica della nostra civiltà o di vedere dissolta la nostra smisurata solitudine cosmica, somigliamo a «un bambino stupido chiamato umanità, che ha acce so un grosso falò e si è piazzato lì accanto, urlando: “Sono qui! Sono qui!”».
Se mettiamo di nuovo in relazione cosmo e computer, la questione che ora si pone è: come si colloca internet – dove la comunicazione è compulsiva e continua, praticamente sinonimo di vita sociale – all’interno della teoria della foresta oscura? Secondo la sua logica, se internet fosse una tecnologia intelligente, privilegerebbe il silenzio, la contemplazione, l’autoregolazione, l’omeostasi e la crittografia. Eppure, mentre le culture del passato seppero unire comunicazione e contemplazione, la cultura digitale si rivela per sua natura espressiva, interattiva e reattiva. Che si tratti di rispondere a dei messaggi o di avere una reazione fisica a ciò che appare sullo schermo, siamo spinti a reagire, come se i nostri impulsi preconsci venissero strattonati e sollecitati. Perfino quando restiamo in silenzio, la nostra stessa presenza fornisce un input alla rete. William Davies definisce questo fenomeno «economia della reazione»: «Ogni singola reazione è un’informazione in più che viene gettata nella rete, in attesa di controreazioni».
E non si tratta soltanto dei social network, che «sono una porzione minuscola di internet, anche se è ciò che intendiamo quando diciamo internet, perché è lì che la vita di internet si svolge». Si tratta an che della forma più frequente di comunicazione online, e cioè quella che riguarda le macchine che ci ascoltano. Come osserva Trevor Paglen, la maggior parte dei contenuti digitali è prodotta da e per le macchine, mentre le comunicazioni tra esseri umani costituiscono una sottocategoria sempre più ristretta. Che si tratti di algoritmi, agenti o intelligenze artificiali, i computer cocreano e coabitano con noi spazi virtuali che a prima vista sembrano popolati solo da esseri umani.
Se la teoria della foresta oscura riguarda i segnali extraterrestri, avanza anche alcune idee generali sulla comunicazione e sui suoi pericoli fondamentali, suggerendo che silenzio e dissimulazione sono i veri parametri dell’intelligenza. Questo libro adotta la teoria della foresta oscura per mostrare che internet è in effetti il luogo in cui avviene una forma di primo contatto: spiega cioè come la comunicazione tra umani e IA possa essere letta alla luce di quella teoria, e come un agente artificiale veramente intelligente potrebbe scegliere di astenersi dal contatto, piuttosto che produrre un incessante flusso di chiacchiere. Mostra inoltre come persino le comunicazioni tra esseri umani online assomiglino a un primo contatto, visto con quanta facilità su internet ci può capitare di percepire gli altri e noi stessi come alieni o entità inumane. E propone che, comprendendo o addirittura accogliendo la logica spietata della teoria della foresta oscura, potremmo arrivare a pensare diversamente internet e l’intelligenza artificiale.
Abbiamo coniato molti nomi per descrivere che cos’è internet: il rizoma, la mente distribuita, la sfera pubblica, il cyberspazio, la frontiera digitale, l’autostrada dell’informazione, la nuvola, la palude digitale, il panopticon, il tritacarne, la mente alveare, la torre di Babele.
Internet è anche una foresta oscura.
Bogna Konior è Assistant Professor di Media Theory alla NYU di Shanghai, dove lavora nel dipartimento di Interactive Media Arts e nell’Artificial Intelligence & Culture Research Center. Ha curato insieme a Benjamin Bratton e Anna Greenspan la raccolta di saggi Machine Decision is not Final: China, and the History and Future of Artificial Intelligence (Urbanomic, 2025).
Bogna Konior è Assistant Professor di Media Theory alla NYU di Shanghai, dove lavora nel dipartimento di Interactive Media Arts e nell’Artificial Intelligence & Culture Research Center. Ha curato insieme a Benjamin Bratton e Anna Greenspan la raccolta di saggi Machine Decision is not Final: China, and the History and Future of Artificial Intelligence (Urbanomic, 2025).
Iscriviti al corso
Registrati per ottenere maggiori informazioni sul corso
