La parabola della coda di mucca, raccontata da Alan Watts
'Diventa ciò che sei' è una raccolta di scritti di Alan Watts che vertono sul tema della ricerca del vero io, una ricerca spesso intrapresa nel tentativo di cogliere la propria vita “così com’è”.
Alan Watts, filosofo e scrittore, nato in Inghilterra nel 1915, diviene celebre quando, dopo essersi trasferito in California, pubblica 'La via dello Zen', saggio seminale che lo impone da subito come uno degli interpreti più influenti delle filosofie orientali in Occidente.
Pubblichiamo qui un suo testo scritto a metà degli anni '50 e raccolto nell'antologia pubblicata da Piano B.
'Diventa ciò che sei' è una raccolta di scritti di Alan Watts che vertono sul tema della ricerca del vero io, una ricerca spesso intrapresa nel tentativo di cogliere la propria vita “così com’è”.
Alan Watts, filosofo e scrittore, nato in Inghilterra nel 1915, diviene celebre quando, dopo essersi trasferito in California, pubblica 'La via dello Zen', saggio seminale che lo impone da subito come uno degli interpreti più influenti delle filosofie orientali in Occidente.
Pubblichiamo qui un suo testo scritto a metà degli anni '50 e raccolto nell'antologia pubblicata da Piano B.
Un famoso kōan Zen chiede:
Quando una mucca esce dal suo recinto ai bordi dell’abisso, le corna, la testa e gli zoccoli passano attraverso il cancello, ma perché la coda non riesce a passare?
Commentando ciò, un vecchio maestro dice:
Se la mucca corre cadrà nel fosso, se ritorna verrà macellata.
Quella piccola coda è una ben strana cosa.
Nella ricerca della comprensione della vita arriva un momento in cui ciascuno di noi si confronta con «quella piccola coda» – quel piccolo ostacolo che si frappone alla piena realizzazione. Noi sappiamo che è solo una frazione di spessore infinitesimale, eppure la sentiamo come se fosse larga un milione di miglia.
In matematica c’è un’equazione che, quando viene disegnata come un grafico, appare come una curva che si avvicina costantemente a una data linea, eppure non la raggiunge mai. Al principio la curva si distende arditamente verso quella linea, e la testa, le corna e gli zoccoli attraversano tranquillamente il cancello, ma nel momento in cui la coda sta per passare, la curva si raddrizza, lasciando solo una frazione infinitesimale tra lei e la linea. Nel procedere, quella frazione continua ad assottigliarsi, ma ancora la curva e la linea non s’incontrano, e se anche dovesse continuare per un migliaio o un miliardo di miglia il divario persisterebbe, sebbene a ogni punto successivo diventerebbe sempre più piccolo.
Questa curva rappresenta il progresso della mente umana verso l’illuminazione, mentre afferra sfumature di significato sempre più sottili a ogni fase del suo viaggio. È come se un filo ci tenesse legati a un’illusione; per indebolirlo lo dividiamo con la lama dell’intelletto, e ancora e ancora, finché le sue divisioni divengono così sottili che per fare i suoi tagli la mente deve essere indefinitamente affilata. Eppure, per quanto abbiamo diviso questo filo, la somma totale delle sue divisioni non è un briciolo più sottile del filo originario, poiché più fragili rendiamo i nostri legami, maggiore è il loro numero.
Filosoficamente questa condizione è nota come regressione infinita, e psicologicamente è quello stato folle ed esasperante che precede sempre l’esperienza finale del risveglio. Possiamo vederlo grazie al famoso triangolo enigma della filosofia Mahayana. I due punti base di questo triangolo rappresentano le coppie di opposti che ci troviamo di fronte in ogni momento della nostra esperienza – soggetto e oggetto, io e tu, positivo e negativo, qualcosa e nulla. L’apice rappresenta la relazione, il significato tra di essi, il principio che dà loro realtà, l’Uno come distinto dai Molti. Ma nel momento in cui fissiamo questo Uno come separato dai Molti, noi creiamo un’altra coppia di opposti, iniziando così un processo che continuerà a tempo indeterminato e con complicazioni sempre crescenti.
Nella Bhagavad Gita ci viene detto di farci da parte dai nostri pensieri e sentimenti, di realizzare che essi non sono il Sé e d’imparare che il Sé non è l’attore, ma lo Spettatore delle azioni. Ma di nuovo, perché non farsi da parte da quel primo farsi da parte, e realizzare che non è il Sé che si fa da parte, poiché il Sé non esegue alcuna azione? Anche questo potrebbe continuare all’infinito.
Il primo passo nel Buddhismo è il Giusto Movente, ed è detto che per raggiungere l’Illuminazione si deve farla finita con il desiderio egoistico. Ma se fin dal principio abbiamo desiderio egoistico, sicuramente anche il desiderio di sbarazzarsi di esso è ancora egoismo. Desideriamo sbarazzarci del nostro egoismo per una ragione egoistica, e di nuovo possiamo facilmente avere una ragione egoistica per sbarazzarci della ragione egoistica di voler essere altruista. Un’illustrazione ancora più fondamentale del problema può essere trovata nella più semplice dichiarazione della filosofia orientale, per la quale esiste solo una Realtà e secondo la quale tutta la diversità è mera illusione. Questa è un’affermazione che quasi tutti gli studenti di saggezza orientale danno per scontato: è la prima cosa che imparano eppure è quasi tutto quello che c’è da imparare, poiché il resto è semplicemente orpello.
È, allo stesso modo, il principio centrale del Vedanta, del Buddhismo Mahayana e del Taoismo: non esistono due princìpi nell’universo; c’è un solo Brahman, Tathata o Tao, e l’Illuminazione non è che la realizzazione della propria identità con esso. Ma qui cominciano le complicazioni, dove la coda della mucca resta bloccata nel recinto; poiché nel momento in cui pensiamo, “Questo è Tao” o “Quello è Tao” immediatamente compiamo una distinzione tra Tao e questo o quello. Inoltre, non appena pensiamo che l’oggetto della religione sia quello di identificarci con il Tao, creiamo il dualismo del Tao e di noi stessi che devono identificarsi con esso. Il dualismo appare nel momento stesso in cui facciamo un’asserzione o una negazione riguardo a qualsiasi cosa; non appena pensiamo che Questo è Quello o che Questo non è Quello, siamo in presenza di una distinzione tra Questo e Quello. E anche quando diciamo che in realtà non ci sono distinzioni, abbiamo l’opposizione di Realtà e distinzioni.
Inoltre, consideriamo questo problema: se c’è solo Tao, come può esserci una qualsiasi divergenza da esso? Se c’è una sola Realtà, i nostri pensieri, illuminati o non illuminati, devono già essere essa stessa. Se c’è solo Realtà non può esserci distinzione tra Realtà e illusione. Che concentriate i vostri pensieri o meno, siano essi di compassione o odio, che stiate pensando al Buddhismo o a mordervi le unghie, in ogni caso non potete divergere dal Tao. Potete amare la vita o potete detestarla, eppure il vostro amore e disgusto sono esse stesse manifestazioni della vita. Se cercate unione con la Realtà, il vostro stesso cercare è Realtà, e come si può dire di aver mai perso l’unione?
Per dirla in un altro modo: si dice che per essere illuminati si deve vivere nell’eterno Ora, in quell’infinitamente piccolo eppure infinitamente grande punto del tempo che è chiamato momento presente. L’universo esiste solo in quel momento, ed è detto che il saggio si muove con esso, senza aggrapparsi né al passato né al futuro, impiegando la sua mente come uno specchio, riflettendo tutto ciò che gli giunge davanti, istantaneamente, ma senza fare alcuno sforzo per mantenere la riflessione quando l’oggetto è rimosso. «L’uomo perfetto» dice Chuang-tzu, «impiega la sua mente come uno specchio. Non afferra niente; non rifiuta niente. Riceve, ma non trattiene».
Eppure, quando si considera la questione con attenzione, troviamo che questa non è una descrizione di ciò che dobbiamo fare, ma di ciò che in ogni caso non possiamo evitare di fare. Poiché se pensiamo al passato o al futuro, qualsiasi cosa pensiamo di loro, i nostri pensieri esistono e prendono parte di quest’eterno Ora; altrimenti non esisterebbero affatto. Non possiamo separarci da questo momento presente, ma se immaginiamo che l’Illuminazione consista semplicemente nel vivere nel presente, nel pensare solo a ciò che sta accadendo ora, noi ci troviamo nel dualismo di ora e dopo. Il punto è che possiamo solo pensare a ciò che sta accadendo ora, anche se stiamo pensando al passato o al futuro. Poiché i nostri pensieri sul passato e il futuro sono in corso ora, e noi stiamo pensando a loro. C’è solo una Realtà! Sarà quindi chiesto: «L’Illuminazione è semplicemente vivere e pensare come ogni idiota ignorante, senza preoccuparsi di filosofia, moralità o misticismo, sapendo che qualsiasi cosa si faccia non si può comunque uscire dall’armonia con il Tao?».
Se rispondiamo «Sì», affermiamo; se diciamo «No», neghiamo. La coda è ancora intrappolata nel recinto. Ma se pensate di raggiungere l’Illuminazione vivendo come uno sciocco ignorante, sarete ancora presi nella trappola del dualismo – del te che deve ottenere l’illuminazione. In verità non vi è alcuna ricetta per l’illuminazione, poiché non appena iniziamo a dire che si tratta di questo o non si tratta di quest’altro, noi proviamo a fare due realtà nell’universo invece di una. In effetti, si può pensare alla filosofia o a bere e mangiare, si può amare l’umanità, si può odiarla, si può fare come si vuole, si può fare come non si vuole, si può avere disciplina, si può essere selvaggi, si può cercare la saggezza, si può ignorarla, ma non si può divergere dal Tao, poiché ogni cosa, qualsiasi cosa e niente, è Tao. Esso è? Attenzione a quell’“è”. Il veleno è nella coda.
‘Diventa ciò che sei’ di Alan Watts è pubblicato in Italia da Piano B.
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