La pianta filosofale. La ninfea di Irigaray
Scegliendo dodici esemplari di piante che corrispondono a dodici filosofi, Micheal Marder traccia la storia della filosofia attraverso l’evoluzione del rapporto tra uomo e mondo vegetale. Questo libro, di cui riportiamo un lungo estratto, apre un sentiero attraverso il fitto sottobosco e le intricate radici della filosofia – dal platano di Platone alle ninfee di Luce Irigaray. Un erbario intellettuale che getta nuova luce sul rapporto tra piante ed esseri umani.
LA NINFEA DI IRIGARAY
Contemplare un fiore con Buddha
Malgrado l’opinione, oggi diffusa sia in ambito accademico che non, secondo cui la filosofia sia una cosa del passato, una cosa che si trova esclusivamente nei libri di storia del pensiero, l’amore per la saggezza sta fiorendo come mai prima d’ora. Dopo essersi liberato dalle camicie di forza del ragionamento metafisico, il pensiero vivente si rivolge alla corporeità segnata dalla finitudine e dalla differenza sessuale, al mondo che ci circonda, ai ritmi della terra e alla ricchezza delle tradizioni filosofiche non occidentali.
L’opera di Luce Irigaray è aperta a – e radicata in – queste dimensioni dell’esperienza che ha saputo riconquistare al crepuscolo della metafisica. Il suo è un pensiero in crescita – non nel senso banale, ma pur sempre vero, per cui possiamo aspettarci molti altri libri da questa filosofa incredibilmente prolifica – nel senso che esso è in sintonia con la crescita naturale, soprattutto vegetale, e si nutre di essa. I libri sono il frutto tardivo della sua pratica quotidiana che comprende passeggiate nella natura, yoga, respirazione (non solo con i polmoni ma con tutto il corpo, attraverso la pelle), contemplazione e riflessione. Nel prologo di Amo a te, Irigaray parla del suo “ritmo vitale”, che ricorda i ritmi della crescita: “Il mio ritmo vitale non mi permette sempre di far fronte a tante procrastinazioni, incomprensioni e ritardi. Per fortuna, cammino, contemplo, penso, scrivo”. Se “la vita è ciò che cresce”, allora l’autrice dispensa il pensiero alla vita – la sua e quella degli altri, comprese le sue varietà non umane.
Tra le forme di vita non umane, nell’opera di Irigaray spicca quella vegetale, che arriva a stimolare il dispiegarsi del suo pensiero. “Tutto il mio lavoro si sviluppa come la crescita di una pianta”, ammette. Non è la prima volta che le piante forniscono a Irigaray un modello per pensare, vivere e coltivare la soggettività. Un’immagine ricorrente, che ritorna più volte nei suoi scritti, è quella di Buddha che contempla un fiore. L’immagine del “pensiero… pronto ad ascoltare la natura, il sensibile”:
Lo sguardo di Buddha sul fiore non è uno sguardo inattento o predatorio, né il declino della speculazione nella carne. È una contemplazione sia materiale sia spirituale, che fornisce al pensiero un’energia già sublimata… In effetti, Buddha contempla il fiore senza coglierlo, guarda ciò che è altro da sé senza sradicarlo. Lo sguardo di Buddha sul fiore potrebbe fornirci un modello. Così come il fiore.
Lo sguardo di Buddha, che rispetta l’integrità del fiore, potrebbe essere il simbolo della filosofia di Irigaray che propone di unire materia e spirito, natura e cultura, senza tradire né l’una né l’altra. La contemplazione materiale-spirituale fa parte della coltivazione: del fiore come di chi lo guarda. Nella parola “coltivazione”, prediletta da Irigaray, dovremmo sentire il significato che la filosofa vi investe, cioè la cura di ciò che cresce. L’immagine della contemplazione che stiamo contemplando non è certo congelata; il fiore non appare come una natura morta. Al culmine di un’attenzione non-dominatrice, lo sguardo del Buddha accompagna la crescita del fiore senza indifferenza, cresce con esso e lo accoglie in tutta la sua alterità (a meno che il fiore non gli sia del tutto estraneo, considerando la sua storia di incarnazioni). Anche se non se ne occupa direttamente, Buddha si preoccupa della crescita del fiore. La coltivazione, dunque, non è il modellamento della phusis, cioè di tutto e di tutti coloro che crescono, secondo i parametri predeterminati della ragione o, peggio ancora, lo sradicamento violento di ciò che cresce da solo. Al contrario, è il coltivare la natura, ad esempio mettendosi al suo servizio, proteggendo, condividendo e promuovendo la miriade di crescite che la compongono.
C’è molto da dire sulla riluttanza di Irigaray a identificare la specie del fiore che Buddha sta contemplando. Innanzitutto, se la individuasse, correrebbe il rischio di consacrare quella varietà a scapito di tutte le altre. Inoltre, attribuire un nome scientifico, o anche colloquiale, al fiore significa interrompere immediatamente il nostro infinito e infinitamente attento avvicinamento a esso, convertendolo in un rappresentante della sua specie. Una volta identificato come X, il fiore sarà conosciuto, anziché percepito. In alternativa, “la contemplazione del fiore da parte del Buddha”, rivisitata in Essere due, “ci suggerisce di imparare a percepire il mondo che ci circonda, di imparare a percepire l’altro tra di noi: come vita, come libertà, come differenza”. Mentre la conoscenza si concentra su un’entità come totalità, la percezione accentua i grani sottili della differenza, in particolare gli spazi intermedi, che di solito trascuriamo quando passiamo frettolosamente accanto a un’aiuola o alla persona anziana seduta su una panchina accanto a essa. È in questo intermezzo di un incontro autentico (ad esempio, tra lo sguardo del Buddha e il fiore) che sbocciano la vita, la libertà e la differenza e che anche noi guadagniamo lo spazio necessario per vivere e fiorire.
Prestando attenzione al testo stesso, attraverso il quale entriamo in contatto con una parte del ritmo vitale di Luce Irigaray, otterremo un indizio sul tipo di fiore che Buddha sta contemplando. Nominando il fiore, non sto cedendo all’impulso speculativo e al desiderio di conoscere e identificare. Voglio solo che il lettore immagini più vividamente il modello che potrebbe fornirci, facendo attenzione a non catturare il fiore senza rimanere nella sua immagine o in un’idea.
Prima di accennare alla specie del fiore, Irigaray riporta l’insegnamento del Buddha in cui si incoraggia ciascuno a “risvegliare la propria pelle”, così come il Buddha “respira e persino ride, con tutta la sua pelle”. Non ha ancora menzionato le piante, ma la premessa non dichiarata è evidente: per essere iniziati a questo modo essenzialmente superficiale di respirare, che integra l’attività dei polmoni, dobbiamo cercare una guida nella respirazione vegetale. Le piante, totalmente esposte all’atmosfera che riforniscono di ossigeno, respirano attraverso tutta la loro estensione e, in particolare, attraverso la foglia. Inspirando con la pelle, percependo il mondo con tutto il corpo, cresciamo un po’ come le piante. “Se fossimo più attenti”, aggiunge Irigaray, “saremmo fiori in grado di aprirci alla luce del sole, e anche dell’amore, e di richiuderci nell’interiorità o nell’intimità del cuore, come si può osservare nell’iconografia tantrica, dove i ninfei si aprono o si chiudono in accordo con i luoghi del corpo e con il movimento dell’energia, del respiro”. Ecco che le Nymphaea, o le ninfee, fanno la loro fugace apparizione, al limite dello spettrale. Le rappresentazioni più iconiche del Buddha lo raffigurano seduto sulla corolla di un fiore di loto, che assomiglia a una ninfea nonostante alcune innegabili dissomiglianze tra i due, in particolare nei carpelli, gli organi riproduttivi femminili dei fiori. (Una delle designazioni botaniche obsolete del loto è Nymphaea nelumbo.) Ma la nymphaea non è proprio un loto. Il suo nome allude alle ninfe, dee greche della natura che abitano e si prendono cura di un particolare luogo. L’etimologia di nymphaea rimanda al greco nymphē (“una sposa” o, letteralmente, “una donna velata”) e contribuisce alla formazione del latino nūbere, “prendere in sposa”, fonte dell’inglese nuptials. In violazione alla categorizzazione metafisica, è un fiore che fonde il vegetale, l’umano e il divino.
Abbiamo già individuato le ninfe Pharmaceia e Oreithyia nel primo capitolo del nostro erbario intellettuale, dove abbiamo concluso che, per il Socrate del Fedro, un incantevole angolo di campagna popolato da ninfe, divinità fluviali e dal dio del vento del nord era il luogo del mito di ur. Il tafano di Atene vedeva come il compito della propria vita quello di combattere il potere seduttivo di queste favole, intimamente legate alla natura come al femminile, con l’aiuto di discorsi governati dalla ragione – in una parola, dal logos. È giusto che un fiore che porta il nome delle ninfe richiami l’energia, l’attenzione o il ritmo della vita e del respiro, incommensurabili con quelli del logos, che è “diventato autoritario attraverso l’immobilizzazione del respiro”, e che lo faccia alludendo agli altri emarginati e feticizzati della razionalità occidentale: a lei, la dea di un luogo, e a lui, un praticante orientale dell’illuminazione spirituale e corporea.
La ninfea ci insegna a respirare, a essere attenti ed esposti al mondo pur restando vicini “all’interiorità o all’intimità del cuore”, dove possiamo ritrovare noi stessi. La pelle e i polmoni, il fiore aperto e chiuso, sono organi e figure del respiro reciprocamente complementari. L’iconografia tantrica delle nymphaea, che enfatizza sia l’inspirazione sia l’espirazione dell’aria, spinge Irigaray a mettere in discussione il privilegio decostruttivo dell’esposizione assoluta, della dispersione, della disseminazione e forse dell’evasione. Agli antipodi dello Spirito, che sa solo inspirare senza espirare, la decostruzione espira senza inspirare; salta un battito e perde il ritmo quando accorpa l’auto-raccolta soggettiva con altri eccessi della metafisica. Tra Oriente e Occidente, donna e uomo, l’uno e l’altro, le oscillazioni ritmiche dell’apertura e della chiusura sono indispensabili per la coltivazione della soggettività, dove essere è essere due.
La compostezza del fiore (o del soggetto) in sé stesso, i petali (o i pensieri) che cullano l’intimità della sua interiorità recuperano il sogno dell’essenza metafisica? In riferimento a un altro fiore, il saggio di Irigaray Belief Itself, composto nel 1980 per una conferenza sull’opera di Jacques Derrida, risponde negativamente. Dopo che la rosa è sbocciata, “il luogo in cui la rosa si toccava una volta, labbra contro labbra, è scomparso. Non lo vedrete mai”. Né il luogo che è stato rivelato ospita un’essenza precedentemente nascosta: “Nel cuore del fiore non c’è nulla, se non il cuore”. L’autoaffezione, l’essere-in-contatto-con-sé-stessi di un essere vivente, non è né l’elemento primario né il più significativo della nostra costituzione (e di quella del fiore). Come i movimenti diastolici e sistolici del battito cardiaco, sia l’autoaffezione sia l’eteroaffezione, che si riferisce all’essere-in-relazione-con-l’altro, sono i momenti cardinali della formazione del soggetto.
La rosa, certo, non segue la stessa cadenza di apertura e chiusura del fiore di una ninfea o di un loto, e Irigaray ne è ben consapevole. Un aforisma presente in Passioni elementari recita: “Il loto orientale e la rosa mistica: fioriture diverse”. A differenza del loto, la rosa, dopo essere sbocciata, rimane aperta fino a svanire. Ma questa dissolvenza contiene una promessa di rigenerazione: “Anche quando la rosa si apre, sa già che i suoi petali si spargono, si spengono, si assopiscono, non come fine ma come ripresa”.
Il suo ciclo di energia, che comporta sia crescita che decadenza, non è diurno ma stagionale. Esiste in virtù di un’alternanza ritmica, se non di giorno e notte, di estate e inverno, in sintonia con le posizioni del sole e della terra. Gli esseri umani, tuttavia, si sono ribellati al tempo della phusis. A differenza della rosa e del loto, ci siamo tagliati fuori dai cicli ambientali e cosmici, tanto che l’apertura del nostro mondo ha significato la chiusura dell’ambiente.
In modo pericoloso, siamo arrivati a credere che per far sbocciare l’umano, il resto della phusis debba svanire. L’opera di Irigaray, a sua volta, ci spinge ad ascoltare i ritmi vegetali sommessi della nostra vita e del nostro pensiero, dove la crescita è stata bloccata dai pregiudizi della metafisica e dall’aritmia dell’esistenza moderna.
Per non dimenticare, l’altro punto di paragone per la ninfea, il loto e la rosa è il contesto fisico della loro crescita. L’ambiente acquatico della ninfea (e del loto) si distingue dalla presunta stabilità del terreno in cui è radicata la rosa. Gli elementi classici dell’acqua e della terra sono ricchi di forti connotazioni di differenze sessuali o sessuate, mentre l’interazione tra il femminile e un ambiente fluido è fonte di timore e incertezza per i filosofi, anche per quelli audaci come Friedrich Nietzsche. Come l’aria, il liquido non può essere arrestato negli stampi dell’identità, e non può essere diviso contro sé stesso alla maniera di una terra solcata. La ricerca metafisica di basi sicure, di fondamenta solide e di basi della conoscenza non è mai stata lontana dalla solidità terrestre, a sua volta associata alla rigidità dell’erezione fallica e proiettata artificialmente sulla realtà ultraterrena del “vero essere”.
Le distinte fioriture della rosa e del loto (o della ninfea) implicano differenze tra i luoghi e i tempi della loro crescita, così come tra gli elementi in cui si immergono o in cui si interrano. Sebbene sarebbe errato innestare tali differenze direttamente sulle modalità di formazione del soggetto nel femminile e nel maschile, o nell’“Oriente” e nell’“Occidente”, esiste un’innegabile correlazione tra le nymphaea e la nymphé, il loto e il Buddha, “il piccone conficcato nel grembo della terra-madre per costruire il recinto sacro della tribù” e la rosa che vi fiorisce, “ricordando qualcosa del sangue” e dello stupro della natura.
La pianta filosofale. Un erbario intellettuale è pubblicato da Mimesis Edizioni con la traduzione di Tommaso Garavaglia e le illustrazioni di Mathilde Roussel
Michael Marder è docente di Filosofia all’Università dei Paesi Baschi di Vitoria-Gasteiz. Autore di innumerevoli libri e articoli, ha orientato il suo campo di ricerca alla tradizione fenomenologica della filosofia continentale, al pensiero ambientale e alla filosofia politica. Mimesis ha pubblicato: Tempo incognito. Glossario filosofico per il ventunesimo secolo (con G. Tusa, 2024) e Chernobyl Herbarium. La vita dopo il disastro nucleare (2021).
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