Le 72 stagioni del Giappone
Il calendario lunisolare e il sistema delle microstagioni nacquero nell’antica Cina e furono adottati in Giappone fin dal VI secolo. Nel 1685, l’astronomo Shibukawa Shunkai riformò il calendario lunisolare e nel tempo le 72 stagioni vennero adattate alla nuova sensibilità: un anno suddiviso non in mesi, ma in attimi.
Roberta Santagostino traccia una mappa accurata delle tradizioni della cultura nipponica legate alle 72 stagioni, in un volume riccamente illustrato pubblicato da Mimesis.
Il calendario lunisolare e il sistema delle microstagioni nacquero nell’antica Cina e furono adottati in Giappone fin dal VI secolo. Nel 1685, l’astronomo Shibukawa Shunkai riformò il calendario lunisolare e nel tempo le 72 stagioni vennero adattate alla nuova sensibilità: un anno suddiviso non in mesi, ma in attimi.
Roberta Santagostino traccia una mappa accurata delle tradizioni della cultura nipponica legate alle 72 stagioni, in un volume riccamente illustrato pubblicato da Mimesis.
Il disgelo di primavera
Shimizu atataka o fukumu
(10-14 gennaio)
Non c’è nulla che faccia presagire l’arrivo della primavera in queste giornate ancora gelide, ma il calendario ci ricorda che sotto il manto ghiacciato la natura comincia a muoversi verso la nuova stagione.
In questo periodo dell’anno, il freddo si fa ancora più intenso, e l’acqua sciolta dal disgelo può facilmente ricongelarsi. Per questo, non è ancora percepibile la reale vicinanza della primavera. Tuttavia, superato il solstizio d’inverno, le giornate cominciano ad allungarsi: la luce del sole si fa ogni giorno un po’ più forte, e a volte si coglie persino un lieve tepore nell’aria.
In Giappone il secondo lunedì di gennaio si celebra il Seijin no Hi (成人の日), la “Festa della maggiore età”. In questa giornata speciale si festeggiano tutti i ragazzi e le ragazze che compiono vent’anni tra il due aprile dell’anno precedente e il primo aprile dell’anno in corso, età che segna l’ingresso ufficiale nella vita adulta secondo la legge giapponese.
Le celebrazioni del passaggio dalla fanciullezza alla maturità fanno parte della cultura giapponese da secoli. L’attuale Seijin no Hi, diventato festa nazionale nel 1948, affonda le sue radici nelle antiche cerimonie chiamate genpuku per i ragazzi e mogi per le ragazze.
Durante il periodo Heian (794-1185), questi riti erano riservati ai figli della nobiltà e dei samurai. Nell’era Muromachi (1336-1573), le cerimonie si diffusero gradualmente anche tra i giovani di rango inferiore. Storicamente, ragazzi e ragazze di famiglie altolocate celebravano la maggiore età tra gli undici e i diciassette anni.
Per i ragazzi, il rito del genpuku (元服), che significa letteralmente “nuove vesti”, cominciò quando un principe imperiale adottò un diverso abbigliamento e un’acconciatura da adulto per segnare il suo ingresso nella maturità. Il termine fuku (服) indica genericamente la “veste”, e nell’espressione genpuku rimanda proprio all’uso del nuovo abbigliamento da adulto. Durante la cerimonia, i ragazzi venivano portati al santuario del loro kami protettore: lì ricevevano i loro primi abiti da adulti, e la loro pettinatura da bambino, chiamata mizura, veniva sostituita con una dallo stile detto kanmuri-shita no motodori1.
Inoltre, ricevevano un nuovo nome, chiamato eboshi-na (烏帽子名), dal copricapo eboshi indossato durante il rito, che spesso includeva un carattere preso dal nome del padrino (genpuku-oya), oppure un azana (字), un nome di cortesia in stile cinese destinato all’uso pubblico e formale. I ragazzi di rango più basso, che non potevano ancora permettersi un abito da adulti, spesso si limitavano al solo cambio di pettinatura.
La cerimonia femminile, detta mogi (裳着), coinvolgeva ragazze tra i nove e i quattordici anni e segnava il momento in cui venivano considerate pronte per il matrimonio. Il nome della cerimonia deriva dal capo di vestiario chiamato mo (裳), una tradizionale sopravveste lunga, simile a un grembiule, legata in vita. Le ragazze ricevevano il permesso di annerirsi i denti (ohaguro), di truccarsi e di rasarsi le sopracciglia, per poi disegnarle con pigmenti. Anche le pettinature cambiavano: dai capelli lunghi e sciolti, si passava a raccoglierli in elaborate acconciature secondo la moda adulta.
La frase kachōfūgetsu (花鳥風月), letteralmente “fiori, uccelli, vento e luna”, è spesso usata per indicare, in senso ampio, le bellezze della natura. Nel calendario tradizionale giapponese questi elementi ricorrono frequentemente e danno il titolo a numerose microstagioni.
Per quanto riguarda gli uccelli, abbiamo già incontrato l’usignolo all’inizio della primavera, seguito da passero, rondine, oca selvatica, falco e ballerina gialla. Siano stanziali o migratori, tutti questi uccelli sono ben noti ai giapponesi e partecipano a un raffinato sistema simbolico che segna il passare del tempo attraverso il canto, il volo, l’arrivo o la partenza delle specie.
In questa microstagione, il protagonista è il fagiano e il suo comportamento durante il corteggiamento che si apre con un verso molto particolare e riconoscibile. È un grido acuto e penetrante, con cui il maschio proclama il proprio territorio e cerca di attirare le femmine. Il richiamo è accompagnato da una danza di accoppiamento, detta horō uchi (母衣打ち), in cui il fagiano spalanca le ali e le sbatte con forza contro il corpo, generando così un suono forte che riecheggia tra i campi spogli.

'Le 72 stagioni del Giappone. Il calendario tradizionale scandito in attimi', di Roberta Santagostino. Non un semplice libro, ma una mappa poetica per decifrare il linguaggio muto della natura.
'Le 72 stagioni del Giappone. Il calendario tradizionale scandito in attimi', di Roberta Santagostino. Non un semplice libro, ma una mappa poetica per decifrare il linguaggio muto della natura.
Iscriviti al corso
Registrati per ottenere maggiori informazioni sul corso
