Raccontarsi per esistere nel carcere. AS3 di Valerio Callieri
In carcere, le parole cambiano: si contraggono, si deformano, acquistano un peso nuovo. In 'AS3', Valerio Callieri entra nella sezione di alta sicurezza femminile di Rebibbia e segue tre donne alle prese con il limite del linguaggio, tra colpa, relazioni e desiderio di essere riconosciute.
La loro scrittura prende forma come pratica ambivalente: apertura ed esposizione, possibilità di nominare il mondo e ridefinire i legami. Dentro un sistema segnato da asimmetrie e controllo, raccontarsi diventa un esercizio condiviso, un appuntamento che costruisce relazione.
In carcere, le parole cambiano: si contraggono, si deformano, acquistano un peso nuovo. In 'AS3', Valerio Callieri entra nella sezione di alta sicurezza femminile di Rebibbia e segue tre donne alle prese con il limite del linguaggio, tra colpa, relazioni e desiderio di essere riconosciute.
La loro scrittura prende forma come pratica ambivalente: apertura ed esposizione, possibilità di nominare il mondo e ridefinire i legami. Dentro un sistema segnato da asimmetrie e controllo, raccontarsi diventa un esercizio condiviso, un appuntamento che costruisce relazione.
Il 18 e 19 Aprile 2026 siete invitati a partecipare al Raduno dei cento racconti, un workshop di scrittura tra le montagne. Due giornate per raccontare, leggere e scrivere le nostre paure più antiche e profonde, insieme alla scrittrice Claudia Grande.
Il 18 e 19 Aprile 2026 siete invitati a partecipare al Raduno dei cento racconti, un workshop di scrittura tra le montagne. Due giornate per raccontare, leggere e scrivere le nostre paure più antiche e profonde, insieme alla scrittrice Claudia Grande.
I racconti hanno bisogno di parole, che siano pensate, dette, o scritte. E allora come raccontare chi le parole le deve ancora trovare o chi le sta trovando con fatica? E come raccontare luoghi in cui le parole significano altro dal senso comune a cui siamo abituati?
Sono queste le domande da cui parte Valerio Callieri in AS3 (Fandango, 2026), romanzo nato dalle sue esperienze come insegnante nei laboratori di scrittura nei penitenziari di Rebibbia e Civitavecchia. AS3, cioè Alta Sicurezza 3, la sezione di alta sicurezza femminile del carcere di Rebibbia per i reati di narcotraffico o collegati all’articolo 416 bis che punisce chi appartiene a un’associazione di tipo mafioso. Per raccontare il mondo carcerario, Callieri segue le storie di tre donne “inventate” ma costruite, per caratteristiche, esperienze e riflessioni, su persone conosciute in carcere.
L’universo carcerario viene riportato attraverso il riferimento a elementi colti a margine dei laboratori: “il modo in cui le detenute parlavano con gli agenti o con le assistenti, il modo in cui si rapportavano tra loro e il modo in cui parlavano del carcere”, mi ha spiegato l’autore.
Perché poter parlare di quello che si vuole con chi si vuole è un privilegio terribile. Mentre l’esperienza di scrittura nella sezione di alta sicurezza di Rebibbia coinvolgeva donne con a disposizione soltanto un’ora a settimana per un colloquio con un unico familiare, figli inclusi.
“C’è un’assoluta asimmetria di potere tra chi viene dall’esterno e le detenute. E il potere, il controllo, si esprime anche nel fatto che chi può entrare e uscire dal carcere può dire quello che vuole, senza che chi sta ascoltando possa protestare. Io ho cercato di evitare questa asimmetria, mettendomi a disposizione senza portare con me le mie piccole futilità quotidiane. L’intuizione è stata giusta, ma nel corso del tempo si è creato un reciproco desiderio di conoscenza e di raccontare il carcere”.
Le protagoniste di AS3 sono Anna, la voce principale di questa storia, detenuta per reati di narcotraffico su cui sembra avere opinioni contraddittorie anche con se stessa. Una donna insicura, che si lascia trascinare da quelli che chiama “gli occhi degli altri” ma che, come riporta la sua scheda personale, non ha tratti antisociali. Anna ha una figlia, Veronica, un’adolescente che ha trovato rifugio nella religione cattolica e che giudica la madre con il fuoco dell’intransigenza. Poi c’è Monica, che rapinava banche e che, dura e disincantata come Veronica anche se da un’altra prospettiva, non fa sconti a nessuno e neppure a se stessa. Monica è una leader che usa il sarcasmo come strategia di sopravvivenza, ma anche capace di accogliere l’altro. Un modo di rapportarsi che Callieri ha scelto di darle modellando la sua figura su quella di una detenuta del laboratorio di scrittura. E infine c’è Virginia, a cui mancano pochi mesi per uscire ma che non è, almeno finora, riuscita a liberare se stessa dalle proprie condizioni sociali e familiari. Un ruolo importante all’interno della narrazione è affidato anche a una quarta donna: “l’educatrice”, quasi un’impiegata della dimensione carceraria, che sembra capitata lì per caso, una figura impacciata, ambigua, caratterizzata da un’ingenuità che riesce suo malgrado a stimolare il dialogo nelle tre detenute.
Queste quattro donne accompagnano Callieri e il lettore attraverso i cancelli del carcere, ma sempre con una domanda: chi oltrepassa i cancelli sapendo di poterne uscire, ci sta veramente entrando? Vivere in carcere significa vivere esperienze liminali: la costrizione nello spazio chiuso, l’osservare i figli che crescono in un luogo diverso e lontano, perdere gradi di vista perché lo sguardo non può abbracciare mai la profondità del “fuori”. Il dialogo con questo fuori, nel romanzo, è costante, ma è un fuori impossibile da cogliere, che continua a cambiare forma mentre il tempo interno al carcere resta immutato.
Callieri scrive nella prefazione: il non-saper-chiamare è una delle sensazioni principali all’interno del carcere. Questo concetto ripercorre tutto AS3, ripetuto con convinzione dalle stesse protagoniste. È Anna, sopratutto, a tornare continuamente sull’incapacità di trovare le parole, principalmente in relazione al rapporto con la figlia, che ha paura ascolti “le parole degli altri”, come quelle dei magistrati e dei preti. Anna si chiede come raccontare se stessa a Veronica per farle accettare le sue scelte, ma si chiede anche più nell’immediato come raccontare sé stessa alle altre detenute. Per le tre donne protagoniste di AS3 il racconto – e con lui la scrittura – arriva nella forma di un concorso a cui in realtà, come detenute dell’alta sicurezza, non possono accedere. Un’illusione che permette però loro di incontrarsi, di aprire una finestra sulle loro storie e, su spinta di Anna, di provare a raccontarsi l’una con l’altra.
Raccontare il carcere per l’autore è invece raccontare l’altro da sé. Come mi spiega: “Il rischio, in un romanzo, è sempre quello di parlare per altri e il personaggio che incarna di più questo dubbio è l’educatrice. Lei parte con il suo sapere, sociologico e psicologico, per rendersi poi conto che quel sapere altro non è che un’altra forma di potere e di controllo. Capisce così che le detenute possono insegnarle qualcosa di più profondo e questa cosa avviene parlando con loro dell’Antigone, quindi attraverso la tragedia greca”. Antigone, che è stata parte del laboratorio di scrittura tenuto dall’autore, torna più volte all’interno del libro come testo su cui le protagoniste si scontrano, sia tra di loro, sia con l’educatrice.
L’ambiguità delle scelte che una persona compie e delle sue possibilità d’azione è in questo caso cruciale. “Il conflitto”, dice Callieri “porta sempre con sé la possibilità dell’errore e quindi viene sempre delegittimato, mentre l’immobilità consente quantomeno di ricadere nella condizione della vittima”. Il conflitto, e va da sé il movimento, comportano insomma il rischio di essere cattivi, senza un sicuro orizzonte di salvezza. Nella difficoltà di comunicazione tra Anna e la figlia Veronica lo scarto principale sembra proprio il senso di incomunicabilità tra le due realtà.
Per Callieri “Veronica usa un altro paio di occhiali per osservare il mondo e ovviamente per mettere in discussione e giudicare la madre. Sente che Anna si dà troppi alibi e reagisce con rigidità perché, sempre per tornare al discorso tragico, è lei l’Antigone di questa storia: un’adolescente intransigente che non accetta nessun compromesso”.
Il ruolo della scrittura e della riflessione sulla scrittura, in carcere, diventa quindi quello di insegnare a dare un nome alle emozioni, alle storie, alle relazioni, a raccontare il “fuori” vissuto o atteso o la realtà delle cose che accadono all’interno del carcere, come le regole che cambiano in continuazione, le risposte che non arrivano, i biscotti che ordini (e paghi) di un tipo ma arrivano sempre del tipo sbagliato.
Tornando ad Anna, Monica e Virginia, raccontarsi diventa un appuntamento, e l’appuntamento crea una sorta di legame che è difficile chiamare amicizia seguendo i canoni del “fuori dal carcere”. Un legame che non è frutto di una libera scelta ma di una condivisione forzata, ed eppure prende la forma di una condivisione affettiva a tutti gli effetti. Una condivisione forzata quasi come quelle che avvengono tra i banchi di scuola: paragone che non è peregrino fare pur parlando di persone adulte. Un altro argomento cardine di AS3, infatti, è l’infantilizzazione che passa attraverso l’istituzione carceraria. Nei rapporti con i superiori, per esempio, che sono gli agenti carcerari ma anche le persone che vengono dal fuori, come gli insegnanti di teatro e di scrittura. Il meccanismo di infantilizzazione si inserisce quindi in un rapporto di potere per sua natura già sbilanciato e che, ancora una volta, passa attraverso le parole, come per diminutivi come “la domandina” o “le ragazze”, come vengono chiamate sempre le detenute. Ma il rapporto è sbilanciato anche nella realtà fattuale, per cui per un mal di testa è necessario richiedere a terzi un antidolorifico, aspettare che venga aperta l’infermeria, che la propria necessità venga validata… Callieri ha cercato di smarcarsi dall’atteggiamento pietistico che emerge da questo genere di relazione inserendolo nel romanzo come un elemento inevitabile della realtà carceraria, ma non per questo non criticabile.
“Credo sia sempre meglio raccontare che non raccontare”, mi dice Callieri “anche quando si tratta di aspetti dolorosi o che provocano vergogna, perché aiuta a mettere un confine, a dare un nome alle cose per far sì che abbiano meno potere su di noi. La consapevolezza nel mio caso è ovviamente diventata un motore narrativo del romanzo”. Questa consapevolezza ce l’ha Anna, che dopo aver iniziato a raccontarsi capisce che le sue storie avevano smesso di appartenerle. Nelle sue parole e in quelle di Monica e di Virginia il racconto del carcere diventa un mezzo di liberazione ma con un’ambivalenza di fondo, perché rischia di portare alla distruzione della corazza che le detenute si sono costruite. L’espressione del carcere è d’altronde sempre e per forza ambivalente con un dentro e un fuori, una responsabilità e un errore, una serie di condizioni che si alternano confondendo chi prova a capirle. Trovare le parole, sembra suggerire Callieri, può essere un primo passo.
Matilde Quarti è nata nel 1987 a Milano, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e cultura per Panorama.it, Il Libraio, Club Milano e altre riviste. Le piacciono i classici, l'est Europa, e le vecchie storie della ligera.
Matilde Quarti è nata nel 1987 a Milano, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e cultura per Panorama.it, Il Libraio, Club Milano e altre riviste. Le piacciono i classici, l'est Europa, e le vecchie storie della ligera.
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