Storia di una montagna
Pubblicato nel 1880 e ora riproposto da Elèuthera nella nuova traduzione di Elio De Luca, ‘Storia di una montagna’ intreccia geologia e critica del potere, ecologia e storia dei popoli, osservazione naturalistica e riflessione etica.
Il suo autore, Élisée Reclus (1830–1905), fu uno dei geografi più importanti del XIX secolo. La sua opera principale, la Nouvelle Géographie Universelle, conta diciannove volumi e vent’anni di lavoro; i suoi libri ispirarono Jules Verne nella stesura dei romanzi d’avventura. Internazionalista e comunardo, amico di Bakunin e Kropotkin, arrestato dopo la caduta della Comune parigina, trascorse gli anni di esilio in Svizzera e Belgio. Amava dire che «la geografia si fa con i piedi».
Ne pubblichiamo il primo capitolo.
Il rifugio
Ero triste, abbattuto, deluso dalla vita. Il destino era stato duro con me, portandomi via persone cui ero molto legato, sconvolgendo tutti i miei piani e annientando le mie speranze. Persone che credevo amiche mi si erano rivoltate contro quando le cose avevano cominciato ad andare male, e ora l’umanità intera, con le sue beghe meschine e le sue passioni sfrenate, mi sembrava odiosa. Volevo andarmene a tutti i costi, che fosse per morire da qualche parte o per ritrovare, in solitudine, la forza e la calma del mio spirito.
Senza sapere dove mi avrebbero condotto i miei passi, mi lasciai alle spalle il chiasso della città, incamminandomi verso le grandi montagne il cui profilo irregolare si stagliava sull’orizzonte. Procedevo un po’ a caso, prendendo ogni sentiero poco battuto e fermandomi le sere in qualche locanda fuori mano. Il suono di una voce umana, il rumore di un passo, mi turbavano, mentre ascoltavo con melanconico piacere il canto degli uccelli, il mormorio del fiume e i mille suoni che animavano i grandi boschi.
Sempre prendendo a caso strade e sentieri, giunsi infine ai piedi della prima montagna. La vasta pianura, tutta suddivisa in campi, finiva all’improvviso ai piedi di rocce e declivi ombreggiati dai castagni. Le alte cime azzurre che vedevo da lontano erano sparite dietro le più vicine vette minori. Al mio fianco, il fiume che più in basso si allargava in un vasto specchio, increspandosi contro i ciottoli, scorreva rapido fra le rocce levigate e coperte da un muschio nerastro. Su entrambe le sponde si innalzava ripido un crinale, il primo contrafforte dei monti, sulla cui cima era possibile scorgere i ruderi di una grande torre che nei tempi passati aveva dominato la valle. Mi sentii sicuro tra quei due crinali, lontano dalle città piene di fumi e rumori, e soprattutto lontano dai nemici e dai falsi amici.
Per la prima volta, dopo tanto tempo, riprovai un senso di vera gioia, e il mio passo si fece più allegro, il mio sguardo più attento. Mi soffermai per aspirare con voluttà l’aria pura che scendeva dalla montagna. Addio grandi strade pavimentate di pietre, piene di polvere e fango, addio piatte pianure: eccomi finalmente nella montagna non ancora asservita!
Un sentiero tracciato dalle capre e dai pastori partiva del fondo valle e saliva obliquamente lungo uno dei costoni. Lo imboccai certo che sarei stato finalmente solo. Via via che salivo, vedevo rimpiccolire gli uomini che camminavano in fondo valle. I casolari e i villaggi scomparivano ai miei occhi dietro i loro stessi fumi, una nebbiolina grigio-azzurra che si innalzava lentamente, disperdendosi solo al limitare della foresta.
Verso sera, dopo aver aggirato scarpate rocciose, valicato burroni e attraversato ruscelli scroscianti saltando da una pietra all’altra, raggiunsi la base di un contrafforte che dall’alto dominava rupi, boschi e pascoli. In cima fumava una capanna, e sulle balze intorno vedevo pecore al pascolo. Come un nastro steso su un velluto erboso, un sentiero giallastro saliva verso la capanna, in apparenza terminando lì. Tutt’intorno, non scorgevo altro che grandi pietraie, burroni, cascate, nevi e ghiacciai. Era l’ultima abitazione umana, il rifugio che mi avrebbe ospitato per lunghi mesi.
Un cane, e dopo un pastore, mi accolsero amichevolmente.
Finalmente libero, lasciai che la mia vita si rinnovasse lentamente, seguendo i ritmi della natura. Talvolta erravo in un caos di pietre crollate da una cresta rocciosa, talaltra camminavo senza meta in una foresta di abeti, o raggiungevo le vette sovrastanti per sedermi su uno spunzone di roccia che dominava lo spazio circostante. Spesso mi calavo in qualche burrone buio e profondo, immaginando di perdermi negli abissi della terra. A poco a poco, il tempo e la natura scacciarono i lugubri fantasmi dalla mia memoria, e non camminai più soltanto per sfuggire ai miei ricordi, ma anche per lasciarmi penetrare dalle impressioni del luogo e goderne pur senza rendermene ben conto.
Se fin dai miei primi passi sulla montagna avevo provato un senso di gioia, grazie alla solitudine che questo nuovo mondo di rocce e foreste mi offriva, frapponendosi fra me e il mio passato, un bel giorno mi accorsi che una nuova passione mi era entrata nell’animo: l’amore per la montagna in sé. Amavo la sua fronte calma e superba, illuminata dal sole quando noi eravamo già nell’ombra; amavo le sue forti spalle cariche di ghiacci dai riflessi azzurrini, i suoi ampi fianchi dove i pascoli si alternavano alle foreste e ai dirupi, le sue radici possenti che si diramavano come quelle di un albero immenso, tutte intervallate da vallette, ruscelli, cascate, laghetti e prati. Amavo tutto della montagna, anche il muschio giallo o verde abbarbicato alla roccia, anche la pietra luccicante tra l’erba.
Persino il mio compagno, il pastore che all’inizio mi era quasi dispiaciuto incontrare in quanto esponente di quell’umanità dalla quale rifuggivo, era a poco a poco diventato non solo indispensabile ma del tutto meritevole di quel sentimento di fiducia e amicizia che sentivo nascere in me. Non mi limitavo più a ringraziarlo del cibo che mi dava e delle cure che mi elargiva, ma lo studiavo, cercando di imparare ciò che poteva insegnarmi. La sua istruzione era assai modesta, ma quando l’amore per la natura si impadronì di me, fu lui che mi fece davvero conoscere la montagna, quella in cui pascolava le sue greggi e alle cui pendici era nato. Mi insegnò i nomi delle piante, mi mostrò le rocce dove si trovano i cristalli e le pietre rare, mi accompagnò sugli strapiombi vertiginosi per indicarmi il cammino nei passaggi più difficili. Dalla cima delle vette mi mostrò le vallate e tracciò il corso dei torrenti; poi, tornati alla nostra capanna piena di fumo, mi narrò la storia del posto e le sue leggende.
In cambio, io gli spiegai molte cose che non capiva bene e che non aveva mai desiderato capire. Ma la sua intelligenza a poco a poco si apriva, e diventava avida. Provavo piacere a offrirgli il poco che sapevo quando vedevo il suo occhio illuminarsi e la sua bocca sorridere. Tutta la sua fisionomia grossolana sembrava risvegliarsi, e l’essere incurante di prima si trasformava in un uomo capace di riflettere su sé stesso e sulle cose che lo circondano.
Ma nell’istruire il mio compagno in realtà istruivo anche me stesso, perché nello sforzo di spiegare al pastore i fenomeni della natura, finivo con il capirli meglio anch’io, diventando lo scolaro di me stesso.
Così, sospinto dal duplice interesse acceso dall’amore per la natura e dalla simpatia verso il mio simile, cercavo di approfondire la conoscenza della vita presente e della storia passata della montagna sulla quale vivevamo come insetti sull’epidermide di un elefante. Ne studiavo la mole enorme a partire dalle rocce di cui è formata e dalle caratteristiche del suolo che, a seconda della prospettiva, dell’ora e della stagione, le conferiscono una gran varietà di aspetti, ora gradevoli ora sinistri. La studiavo nelle sue nevi, nei suoi ghiacci, nei fenomeni atmosferici che la squassano, nelle piante e negli animali che ne abitano la superficie. Mi sforzai anche di capire che cosa avesse rappresentato la montagna nella poesia e nella storia delle nazioni, che parte avesse avuto nei movimenti dei popoli e nel progresso dell’intera umanità.
Quel che imparai lo devo alla collaborazione del mio pastore, ma poiché è bene dire tutto, lo devo anche alla collaborazione di un insetto ronzante, di una farfalla e di un uccello canterino. Se non avessi trascorso lunghe ore, disteso sull’erba, ad ammirare o ad ascoltare questi piccoli esseri, questi miei fratelli, forse non avrei capito fino in fondo quanto sia un organismo vivente anche la grande Terra che accoglie nel suo seno tutti questi esseri infinitamente piccoli trasportandoli con noi nell’infinità dello spazio.

Élisée Reclus (Sainte-Foy-la-Grande 1830 – Torhout 1905), uomo di straordinaria erudizione, nasce in Francia in una famiglia protestante che darà i natali a un altro celebre Reclus, il fratello Élie, antropologo. Spinto da un'inesauribile curiosità scientifica, viaggia senza sosta tra vari paesi europei e le Americhe perché, come ama dire, «la geografia si fa con i piedi». Amico di Bakunin e Kropotkin, affianca agli studi geografici un'intensa attività rivoluzionaria, come internazionalista prima e come comunardo poi. Arrestato dopo la caduta della Comune parigina, verrà condannato alla deportazione, ma grazie all'intervento del Congresso geografico internazionale di Anversa la condanna verrà tramutata in esilio, periodo che trascorrerà in Svizzera e Belgio. Nonostante la vita turbolenta, nel corso degli anni dà alle stampe diverse opere fondamentali che rimarranno per oltre un ventennio i testi geografici di generale riferimento.
Élisée Reclus (Sainte-Foy-la-Grande 1830 – Torhout 1905), uomo di straordinaria erudizione, nasce in Francia in una famiglia protestante che darà i natali a un altro celebre Reclus, il fratello Élie, antropologo. Spinto da un'inesauribile curiosità scientifica, viaggia senza sosta tra vari paesi europei e le Americhe perché, come ama dire, «la geografia si fa con i piedi». Amico di Bakunin e Kropotkin, affianca agli studi geografici un'intensa attività rivoluzionaria, come internazionalista prima e come comunardo poi. Arrestato dopo la caduta della Comune parigina, verrà condannato alla deportazione, ma grazie all'intervento del Congresso geografico internazionale di Anversa la condanna verrà tramutata in esilio, periodo che trascorrerà in Svizzera e Belgio. Nonostante la vita turbolenta, nel corso degli anni dà alle stampe diverse opere fondamentali che rimarranno per oltre un ventennio i testi geografici di generale riferimento.
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