Troverai più nei boschi che nei libri
Pubblichiamo un estratto da Troverai più nei boschi di Francesco Boer (Il Saggiatore), un vero e proprio manuale di autoconsapevolezza e riscoperta della natura e della sua simbologia.
Il titolo di questo libro riprende un celebre detto di San Bernardo da Chiaravalle: «Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà».
La massima è molto convincente. Ma allora, direte voi, a che serve questo libro? Piuttosto che perdere tempo a leggere, non è meglio incamminarsi per esplorare un bosco? Non è così semplice. La natura ha molto da insegnarci, è vero, ma prima bisogna imparare a capire il suo linguaggio, a ricevere le sue lezioni.
C’è un difficile ostacolo da superare, una divisione dolorosa e profonda. È come un fossato che ci divide dalla natura, che ci isola anche quando vi siamo immersi. Ci esilia nel nostro essere uomini, ci mostra quanto siamo diversi da ciò che ci circonda. Ci accusa di rovinare l’armonia della natura con la nostra sola presenza, come se fossimo un corpo estraneo, una spina di ferro conficcata nel corpo vivo del mondo.
Artificiale e naturale. Due sfere che sembrano incompatibili, eppure sono le due metà di una totalità originaria. Se sappiamo accostarne i frammenti, vediamo che la linea di rottura coincide: una complementarietà che ci permette di intravedere l’unità perduta.
La parola «simbolo» deriva dal termine greco symbállein, che significa «mettere insieme». Nell’antica Grecia si usava spezzare in due parti un oggetto, come ad esempio una tessera o una moneta. Ogni persona conservava una delle metà. Al momento di incontrarsi, bastava avvicinarle e controllare che combaciassero. Ciò permetteva ai possessori di riconoscersi reciprocamente senza possibilità di sbaglio. Da qui viene l’uso figurato del termine, che indica appunto la rappresentazione concreta e visibile di una relazione.
Il simbolo è la via che ci permette di intuire la fratellanza fra coloro che sembrano estranei. Grazie a questa rotta, possiamo tracciare un sentiero al tempo stesso nuovo e antico: la relazione che concilia l’essere umano e la natura. Non è un rapporto di dominio, con cui l’uomo tenta di ergersi sopra l’ambiente in cui vive, per sfruttarlo e renderlo schiavo. Ma non è nemmeno un asservimento dell’uomo, né si tratta di denigrarlo di fronte a un’immagine idealizzata della natura. È piuttosto un confronto alla pari, come fra amici, anzi, fra fratelli. È riconoscere la propria unicità, ma anche comprendere che le diversità sono il canale per comunicare, per superare le incomprensioni. Per aprire la serratura occorre il suo complemento, serve la chiave.
L’uomo di animo sensibile entra nel bosco. Lo fa come se entrasse in un tempio a lui proibito. Cerca un contatto con la natura, ma al tempo stesso porta dentro di sé un senso di colpa, il misfatto di appartenere a quell’umanità che ha devastato e continua a rovinare la natura.
La sua coscienza personale può essere pulita, ma su di lui grava la nera eredità di secoli e millenni in cui il bosco è stato solo fonte di legname, da depredare senza scrupoli. Se la foresta non era redditizia, la si bruciava per conquistarne gli spazi, per farne campi e pascoli, o costruire al suo posto una città.
Avidità o senso di colpa; due espressioni diverse della stessa ferita nell’essere. Ma il simbolo ci offre una terza via. Grazie a esso possiamo entrare davvero nel bosco: non come un intruso che scruta di soppiatto, ma come un convitato che si lascia coinvolgere in una danza in cerchio.
Lo studio della natura è importante, forse addirittura necessario. Il simbolo ci offre una via alternativa, che non è soltanto un’elaborazione intellettuale, ma una partecipazione diretta ed emotiva. L’approccio intuitivo, tuttavia, non è migliore o più vero di quello scientifico. Il cuore non esclude la mente; sono vie che si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente.
La natura ci parla tramite i simboli. Un prato, un bosco, un fiume: non sono soltanto luoghi esteriori, ma spazi dell’anima. Il simbolo non è solo lì fuori, ma non è nemmeno una nostra elaborazione mentale. La sua vera essenza è nel rapporto, nell’assonanza che fa vibrare all’unisono il cuore e il mondo esterno. Grazie a questa empatia, a questa grande compassione, l’essere umano può accedere a una relazione con la natura che altrimenti gli rimarrebbe preclusa.
Nell’alchimia del simbolo pesa anche l’elaborazione culturale: il complesso di credenze, idee e leggende che orbita intorno al centro di gravità intuitivo, colorandolo e arricchendolo.
Ci sono molti testi che raccolgono leggende, tradizioni e usanze legate al mondo della natura. Il centro intuitivo e immediato del rapporto simbolico, invece, è meno studiato. E paradossalmente è anche il più difficile, perché per impararlo non basta leggerlo e memorizzarlo, ma bisogna viverlo, metterlo in pratica. È con questo spirito che ho deciso di scrivere.
Non è mia intenzione redigere un testo enciclopedico per trasmettervi una serie di nozioni già pronte. Al contrario, questo testo è un invito a incamminarci su una via diretta – eppure al giorno d’oggi poco battuta – con cui riconnettersi al mondo della natura.
La natura ha molto da insegnarci, ma non è un maestro nel senso umano del termine. Non contiene insegnamenti prefissati, non è un docente da cui ricevere passivamente.
L’insegnamento naturale è piuttosto un confronto, un incontro e una sfida. Non basta camminare in un prato fiorito e aspettarsi di ricevere qualcosa. Dobbiamo prima dare, metterci in gioco, confrontarci con il simbolo posando per primi la nostra anima sul piatto della bilancia.
È come il sonar: bisogna irradiare l’oggetto con la propria attenzione, con il proprio coinvolgimento emotivo, con la propria curiosità. In una parola, occorre investirlo con la propria immaginazione. Solo allora l’oggetto diventa simbolo. Solo allora riflette e ci rimanda indietro i nostri raggi, colorandoli con la propria essenza. Il sonar simbolico dunque non è una conoscenza oggettiva, ma neanche una fantasia soltanto soggettiva: è una relazione, ci parla sia dell’oggetto che di noi stessi, e soprattutto del rapporto che ci lega.
Il cammino
Ogni cammino inizia dal primo passo. Anche camminare, in fin dei conti, è un simbolo. Nel viaggio di un pellegrino si rispecchia la vita intera. Partire è nascere; arrivare non è morire, ma giungere alla soddisfazione di aver percorso un cammino degno di questo nome.
Camminare è anche un lavoro interiore. È un processo di trasformazione: quando si termina il sentiero, non si è mai gli stessi di quando lo si era iniziato.
A volte si confonde la camminata con una prestazione sportiva. Si procede a testa bassa, velocemente, competendo col tempo. Per ottenere una performance vincente, si sacrifica completamente l’attenzione a ciò che ci circonda.
Rallentate il passo, guardatevi attorno. Sfiorate con la mano la corteccia di un albero. Fermatevi ad ascoltare i piccoli rumori del bosco, chinatevi per sentire il profumo dell’erba, e delle radici. Imparerete che a volte non basta un’ora per scoprire tutto quello che dieci metri di sentiero possono offrirci.
Via dal traffico, oltre i semafori, attraverso la periferia della città, fino alla campagna, fino all’imbocco del sentiero che attraversa i campi e porta a quei meravigliosi prati incolti, miracolosamente risparmiati dalla distruttiva avanzata del cemento.
È la ricerca di un incontro con la natura, o è una fuga dalla città? Forse è soltanto un istinto di sopravvivenza.
Anche un gesto apparentemente insignificante, come quello di parcheggiare l’automobile, può rivelarsi un simbolo di inattesa profondità. È come se man mano ci spogliassimo di quella serie di gabbie concentriche di cui siamo avvolti. La città, le mura della casa, il guscio di ferro dell’auto. La tecnologia ci avvolge, ci protegge e ci dà potere, ma le sue lusinghe nascondono un subdolo asservimento.
Lasciare l’auto al parcheggio significa dunque abbandonare per un attimo tutte queste costrizioni, queste promesse che ci seducono ma spesso ci ingannano. La speranza è che ciò sia il preludio di un’ulteriore apertura. Riusciremo a lasciarsi alle spalle anche l’ultimo guscio, quel senso di chiusura che ci portiamo dentro, ormai interiorizzato, e che ci preclude il contatto diretto con la natura?
Troverai più nei boschi è pubblicato da Il Saggiatore
Francesco Boer (Gorizia, 1980) è esploratore e naturalista, alchimista e scrittore.
Iscriviti al corso
Registrati per ottenere maggiori informazioni sul corso
