Vivere a 1.600 metri d’altitudine è, oggi, una scelta politica.
Come noto, la parola “politica” deriva da “polis”, ovvero “città” e richiama l’origine greca di un luogo nel quale i cittadini si riunivano per discutere, deliberare e prendere decisioni comuni. Dal tempo di Atene alle grandi metropoli della contemporaneità come Shangai e New York, le funzioni e le prospettive degli agglomerati urbani sono mutate profondamente in sintonia con l’evoluzione tecnica e culturale dell’umanità. Nate con lo scopo primario di offrire agli abitanti protezione dalle minacce dell’ambiente circostante, trasformatesi rapidamente in centri di potere economico, culturale e religioso, le città – in particolare quelle occidentali – sono divenute tra 19° e 20° secolo i centri industriali della produzione manifatturiera, attirando a sé enormi masse di lavoratori. Garantire sicurezza, offrire opportunità di lavoro e promuovere la socialità restano, ancora oggi, le loro principali prerogative (la rivoluzione digitale non ha fatto altro che intensificare queste linee evolutive, talvolta deformandole, attraverso la sua diffusione capillare e pervasiva).
In Italia, dove esiste sostanzialmente una sola città paragonabile per efficienza produttiva alle grandi capitali europee, il 21° secolo vede il modello metropolitano in evidente crisi. Milano, una città in cui “le disuguaglianze aumentano, la giustizia educativa langue, i servizi vengono privatizzati, il lavoro è precario, l’aria pessima», come scrive Lucia Tozzi in L’invenzione di Milano, è sempre più legata a “un urbanesimo triste che svuota le città delle funzioni vitali rendendole fruibili solo per due categorie di persone: i turisti, che proiettano su di esse i sogni che il marketing ha riservato loro, e i ricchissimi».
La domanda politica che poniamo è diretta: le metropoli sono ancora i luoghi di riferimento più adatti per chi studia, per chi vorrebbe costruire una famiglia, per chi vorrebbe un vita in equilibrio tra lavoro e tempo libero? Oppure – ed è ciò che sosteniamo – la necessità di costruire relazioni educative, lavorative e familiari passa oggi attraverso la decostruzione dell’alterità tra città e zone rurali e la costruzione di una comunità articolata in modo policentrico?
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