Nelle prime pagine di Guerra alla terra di Danilo Zagaria (Add, 2026) ci sono degli scimpanzé che combattono nelle foreste dell’Uganda e, nelle ultime, una guerra tra formiche americane. Zagaria sembra voler aprire e chiudere il suo ultimo saggio ricordando come l’esperienza umana, anche se spesso tendiamo a dimenticarlo, sia inevitabilmente radicata nell’ambiente e che, anzi, sia essa stessa ambiente.
È questo il fil rouge che percorre tutto il libro in cui il biologo e divulgatore Zagaria, con una panoramica dei principali conflitti occidentali da inizio Novecento a oggi, racconta l’influenza diretta della guerra sugli ecosistemi. Dalla morfologia dei territori, alle contaminazioni dei suoli, all’innalzamento delle temperature: il comparto bellico ha da sempre un impatto di gravità eccezionale sul benessere del pianeta.
In questa conversazione con Matilde Quarti, Zagaria non dimentica tuttavia le vicende umane in favore dell’ambiente, sempre al centro del discorso. A fare le spese dell’industria bellica con esiti drammatici, non dovrebbe essere necessario specificarlo, sono sempre le persone.
Guerra alla terra inizia dal primo conflitto occidentale del Novecento, la Prima Guerra Mondiale. Dal punto di vista delle conseguenze ambientali, quale ti sembrano le maggiori ripercussioni di questo conflitto?
La Prima Guerra Mondiale mi è sembrato il punto di partenza più logico per il mio libro in quanto, come ha scritto il politologo americano George Kennan, è stata la catastrofe originaria del Novecento, da cui sono dipesi una serie di effetti a catena, tra cui quelli sull’ambiente. È un conflitto che si è trasformato in una guerra di posizione, in cui le parti, non riuscendo a prevalere, hanno cercato nuovi modi di combattere, che hanno inciso profondamente sull’ambiente. Per esempio le mine: tra Francia e Belgio sono ancora visibili enormi crateri lasciati dall’esplosione delle mine e nella regione di Verdun ci sono aree tuttora inaccessibili a causa dei residuati bellici esplosivi. Se vogliamo fare degli esempi dal fronte italiano, i soldati italiani hanno letteralmente sbriciolato la cima di alcune montagne per prevalere sugli austriaci, come quella del Col di Lana, nelle Dolomiti Bellunesi.
Un’altra novità è rappresentata dalle armi chimiche.
I gas, sebbene non abbiano lasciato residui tossici nel suolo perché le sostanze utilizzate tendevano a disperdersi nell’aria, contribuirono a cambiare la concezione della guerra. A essere offeso infatti non era più direttamente il corpo dei soldati: l’arma chimica offendeva l’ambiente stesso in cui i soldati si trovavano, andando a rompere il principale legame tra la persona e l’ambiente, cioè l’aria che respira. A livello simbolico, i gas possono essere considerati qualcosa che ha cambiato il modo di fare la guerra. E durante la Prima Guerra Mondiale si è anche iniziato a utilizzare in modo massiccio il petrolio. Tutte le grandi tecnologie andavano a benzina: carri armati, aerei, sottomarini. Insomma, la guerra è un grande acceleratore per l’erosione delle risorse naturali.
Un altro fil rouge del libro è il tema delle contaminazioni ambientali.
Le contaminazioni sono specifiche della seconda parte del Novecento. Per esempio durante la guerra in Vietnam, lo sviluppo tecnologico e scientifico ha consentito agli Stati Uniti di utilizzare composti come erbicidi e pesticidi, in quel momento secondari nel grande impianto industriale. Vengono usati contro la foresta vietnamita, con l’illusione di eliminare quel grande “alleato” naturale dei guerrieri Vietcong. Tra l’altro gli Stati Uniti lanciano questi prodotti chimici anche sulle risaie, per togliere direttamente sostentamento alimentare alla popolazione. Tra le sostanze usate c’era una diossina, diventata famosa come Agente Arancio, che è pericolosissima per l’uomo e rimane nei terreni e nelle acque per molto tempo. E, in generale, le guerre producono una grande quantità di anidride carbonica, metano e altri gas che impattano gravemente sul clima. Pensiamo per esempio ai massicci incendi petrolio, come è accaduto nel 1991 durante la Guerra del Golfo.
Nel libro sottolinei proprio questa progressiva volontà di nuocere alle popolazioni: da bombardamenti come quello su Dresda, o sulle dighe nella Ruhr, all’atomica.
Tra i miei obiettivi non c’era soltanto quello di parlare degli effetti della guerra sull’ambiente, ma anche di parlare degli effetti della guerra sulle persone. Credo sia importante unire i due punti, perché noi siamo parte integrante dell’ambiente in cui viviamo. Ho cercato di raccontarlo a partire dal bombardamento su Guernica. Non dobbiamo dimenticare che anche le città sono degli ecosistemi, anzi rappresentano forse il più caratteristico ecosistema umano. La guerra offende le persone, i popoli e, colpendo l’ambiente per colpire la popolazione nemica, provoca sui territori effetti che continuano a essere dannosi per gli esseri umani ancora dopo decine e decine di anni. Noi non siamo separati dal mondo naturale, ci siamo dentro a tutti gli effetti.
Citi anche il pensiero dello psicoanalista James Hillman, che sosteneva che, per sfuggire alla seduzione della guerra, bisogna essere in grado di immaginarla, e colleghi a questo spunto il pensiero dello scrittore tedesco W. G. Sebald. Sebald sostiene, infatti, come sia difficile immaginarla, la guerra, a causa dell’enormità della distruzione a cui si è assistito nel corso del Novecento. Ti sei chiesto come si può, oggi, essere in grado di immaginare la guerra, visti gli eventi drammatici che ci circondano, come la distruzione della striscia di Gaza.
Credo che sia molto complicato, perché siamo sommersi da immagini che avrei pensato inimmaginabili, come quelle che provengono da Gaza appunto e che ricordano la distruzione di alcune città avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale. La fruizione di queste immagini sta diventando una normalità, sono sempre con noi negli smartphone e nei computer. E poi c’è, come dice Hillman, la seduzione della guerra. Per esempio all’inizio della Prima Guerra Mondiale le persone si arruolarono in massa. Come sottrarsi a quel fascino? Per immaginarla credo si debba provare a sentirla attraverso i racconti di chi l’ha vissuta realmente. Per questo quando scrivo, sia libri sia articoli, cerco sempre di inserire letteratura, citazioni, passaggi tratti da romanzi o altri testi. Insomma, credo si debba cercare di farsi istruire dalle storie, che mi sembrano estremamente importanti anche nel discorso odierno sull’ambiente. Forse non siamo ancora riusciti a trovare il modo di raccontare la crisi ecologica in corso, ma è una delle strade che dobbiamo percorrere.
Parlando di crisi ecologica, in che modo l’industria bellica influisce sulla cosiddetta “Human Footprint”?
È molto difficile avere evidenze chiare su quanto le guerre impattino sul clima. Non abbiamo dati certi su quello che chiamiamo Military Emissions Gap, quindi su quanto le emissioni del settore bellico influiscono sul benessere del pianeta (parliamo di tutti gli apparati militari del mondo). Non è possibile mettere insieme una cifra precisa, in parte perché molti dati sono segreti e non possono essere diffusi, mentre altri dati risultano poco chiari e non consentono di estrarre cifre accurate. Sono anche pochi gli studi che abbiamo a disposizione. Uno degli ultimi e più autorevoli studi risale al 2022 e indica che l’intero comparto militare mondiale produce il 5,5% circa delle emissioni globali complessive. Questo significa che l’apparato bellico globale rappresenta circa il quinto o quarto Paese per emissioni al mondo, dopo nazioni come Stati Uniti, Cina o Russia. In ogni caso, l’industria bellica è veramente impattante, è una forza antiecologica e anticlimatica.
Cosa intendi per apparato bellico globale?
Tutta l’attività bellica, che non si esaurisce nell’atto in sé della guerra. Le forze armate inquinano costantemente, dalle esercitazioni militari, ai test su nuove armi, ai poligoni di tiro… La società umana non è mai ferma, quindi il settore militare è sempre attivo, inquina ed emette gas climalteranti. È un problema che rientra nel tema più ampio delle emissioni, che è una delle più grandi sfide che ci troviamo davanti.
Guerra alla terra parte con le trincee per finire con i droni. Quali ti sembrano gli aspetti più rilevanti dell’applicazione delle nuove tecnologie alle guerre attualmente in atto?
Una questione importante, che sottolineo nel libro, è il fatto che ancora oggi non sia così noto l’impatto delle nuove tecnologie sull’ambiente, sia perché non c’è ancora stato il tempo di fare degli studi sul campo, sia perché “il campo” è di fatto un campo di battaglia. Per esempio, per quanto riguarda la guerra in Ucraina, si tratta di un conflitto che è cambiato completamente nel corso di quattro anni. Inizialmente sembrava quasi una guerra di stampo novecentesco – pensiamo alle immagini che ci arrivavano di colonne di carri armati – mentre oggi è tutto diverso: ci sono veicoli terresti senza piloti, droni specializzati in compiti differenti. Uno dei problemi di cui si è parlato molto ultimamente è l’inquinamento ambientale generato dalle fibre ottiche con cui vengono comandati alcuni droni.
In che senso?
Nel libro lo spiego con un riferimento alla vita quotidiana: se una persona deve stampare qualcosa da computer usa il wireless ma, se ci sono problemi alla rete, collega il computer alla stampante con un cavetto. Questo stesso principio vale per i droni: per combatterli vengono utilizzate delle tecnologie che consentono di disturbare la comunicazione tra drone e punto di comando. Quindi, per ovviare al problema, sono stati posizionati dei cavi, lunghi anche decine di chilometri, che poi restano sul territorio anche se il drone finisce la sua missione o viene abbattuto. In questo momento, su foreste, campi e città dell’Ucraina orientale sono adagiate fibre di materiali plastici, e questo ovviamente contribuisce anche all’inquinamento ambientale. Ci sono già interazioni documentate con la fauna selvatica: abbiamo a disposizione fotografie di nidi d’uccello composti anche da piccoli cavetti di fibra ottica. L’impatto di queste tecnologie sarà grave? Non possiamo ancora saperlo.
Nelle ultime pagine del libro scrivi: “mi rendo conto che qualsiasi analisi che riguardi i conflitti oggi non può prescindere da uno sguardo concreto sul mondo, sul modo in cui funziona e sui rapporti di forza che lo regolano”. A che punto ti sembra di essere arrivato a fine stesura?
Me lo sono chiesto diverse volte, perché mi sembra che una vera risposta in realtà non ci sia. Descrivo un problema reale, che ci riguarda tutti, però su cui non abbiamo ancora una risposta concreta. Quello che mi sembra importante, oggi, è fare attenzione alle nostre azioni, anche come singoli cittadini. Bisogna, come dice Hillman, cercare di immaginare, conoscere e capire cosa può voler dire agire come singoli. Noi siamo cittadini appunto, quindi possiamo votare e avere una partecipazione politica.
Matilde Quarti è giornalista pubblicista, si occupa in particolare di cultura e società
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