Per la geosemiotica la vita della materia è una vita relazionale in cui ogni entità del mondo "comunica" con tutte le altre.
«Materia signata» (Mimesis, 2026) è il libro di Felice Cimatti che presenta la geosemiotica, disciplina che si chiede come estendere la vita e il significato a enti che consideriamo inerti come rocce, montagne e nuvole. Perché non c'è materia che non rechi il segno della sua relazione con altre materie. Ne pubblichiamo un estratto.
La vita è quel che la materia fa
(Jabr 2025: 23)
Per quella che possiamo chiamare la postura dualistica, oltre il mondo naturale esiste un altro mondo, quello della mente e della coscienza, un mondo separato e indipendente dal mondo delle cose. È a questa tentazione platonica che la semiotica, fin dalle sue origini, fatica a resistere. In effetti, se la semiotica si basa sulla nozione di “interpretazione” – “la semiosi comporta sempre un irriducibile processo triadico tra segno, oggetto e interpretante” (Emmeche 2011: 94) – il rischio di intenderla in modo dualistico è sempre presente. In effetti si presenta sempre la tentazione di trasformare la posizione dell’interpretante in un’entità a sé stante, in qualcosa di “non riducibile a una modalità diadica di azione reazione meccanica, o semplicemente a una causalità efficiente”. Ma il mondo naturale è esattamente il mondo delle relazioni diadiche.
Da dove spunta allora questo processo triadico irriducibile rispetto ai comuni processi diadici? È compatibile un processo del genere con il mondo naturale, cioè appunto con il mondo delle relazioni diadiche? Se si accetta questa radicale separazione fra processi triadici e processi diadici avremmo allora da un lato il mondo dei fenomeni semiotici, quelli retti dal principio di interpretazione, dall’altro quello dei fenomeni il cui “funzionamento” non dipende da processi interpretativi, cioè il mondo delle “mere” cose. Saremmo, in sostanza, in un mondo diviso in due, quello semiotico e quello naturale; siccome l’assioma fondamentale della biosemiotica è che i processi biologici sono processi semiotici, questa situazione configura una nuova forma di vitalismo, in particolare un vitalismo semiotico.
Ma perché il dualismo costituirebbe una tentazione? Che c’è di male nel dualismo? Il fatto è che il mondo naturale sembra essere l’unico mondo che ci sia, in effetti non riusciamo a vederne altri. Questa tentazione dualistica, dopo che si è progressivamente compreso che la capacità della semiosi non è una prerogativa soltanto né prevalentemente umana, si riaffaccia ulti mamente nella versione prevalente della “biosemiotica” – la scienza dei processi vitali in quanto processi semiotici – intesa come “semiotica interpretativa”.
In questione è appunto il concetto di “interpretazione” – il processo che “trasforma” un segnale materiale in un “significato” – dal momento che lo statuto di questa nozione è fortemente problematico. Si prenda la cosiddetta “Sebeok’s thesis” – così la definiscono gli autori del saggio introduttivo al volume di sintesi sulla biosemiotica, Towards a Semiotic Biology: Life is the Action of Signs: secondo questa tesi “ciò che distingue tutto ciò che è animato da ciò che è inanimato [lifelss] è la semiosi”. Il classico dualismo fra mente e materia si trasforma così nel dualismo fra vivente e non vivente, fra ciò che è “animate” e ciò che, invece, sarebbe “lifeless” (da notare che secondo questa tesi è il non vivente il termine marcato di questa coppia concettuale; almeno dal punto di vista logico la vita precederebbe il non vivente).
È a questo dualismo che in questo libro viene contrapposta la nozione di geosemiotica, in cui questa distinzione è disattivata. Ma in che consiste il dispositivo propriamente semiotico della biosemiotica? Ecco come viene presentato nel proseguo del capitolo appena citato: “la semiosi è il processo segnico, il processo fondamentale che veicola il significato e in cui il significato viene creato. È il processo, tutt’altro che semplice, che media fra lo scopo e la causalità, fra gli aspetti viventi e morti [dead aspects] della natura”.
Atteniamoci a questa definizione: la semiosi è un processo che “veicola il significato [carries meaning]”. Questo vuol dire che da qualche parte deve esistere un “significato” che la semiosi trasporta da una parte ad un’altra. Tipicamente, la semiosi è il processo che “trasporta” il “significato” da quello che una consolidata tradizione chiama il “mittente” al “destinatario”. Da dove proviene questo “significato”? È questa la prima, e fondamentale, domanda che si pone. Qual è la natura di questa entità? Secondo la definizione che stiamo commentando il “significato” pre esiste alla semiosi, che infatti ha la specifica funzione non di produrlo, bensì di trasportarlo. Ma se il “significato” in qualche modo precede la semiosi, allora il rischio dualistico diventa evidente, dal momento che si assume senza giustificazione la nozione fondamentale della semiosi, quella appunto di “significato”.
Felice Cimatti è un filosofo, professore di filosofia del linguaggio presso l’Università della Calabria, conduttore radiofonico. Ha scritto numerosi libri e i temi di cui si occupa sono il linguaggio in rapporto all’esperienza visiva, gli stati della mente e la biopolitica, le relazioni tra filosofia e psicoanalisi lacaniana.
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