L’essere della relazione. Parapedagogie della resistenza

Nelle montagne delle Cevenne francesi, negli anni Sessanta, l’educatore Fernand Deligny costruisce con un gruppo di ragazzi autistici una comunità fuori dall’ordinario.

Non un programma terapeutico, ma una forma di vita condivisa: si fa il pane, si girano film, ci si occupa delle capre, si tracciano mappe di percorsi. Le linee erranti dei ragazzi autistici “non verbali” di Deligny diventano così una zattera sui monti dove un'”estetica della terra” respira in quel fare quotidiano che accoglie l’invito di Édouard Glissant a “non consentire di essere una cosa sola”. In questo estratto da L'essere della relazione (Meltemi, 2026), Erin Manning riflette sull'esperienza di Deligny e sul concetto di socialità “minore”, immanente parapedagogia di resistenza al presente.

A Monoblet, Deligny appaia persone locali e autistici che vengono inviati lì durante le vacanze estive dagli istituti che altrimenti li ospitano. I collaboratori – educatori, cineasti, amici, amanti – partecipano al progetto per lunghi periodi, a volte anni o addirittura decenni. Il loro compito è quello di accompagnare, di affiancarsi.

Le prime tracce appaiono in preda a un certo panico: Jacques Lin si ritrova con un autistico che pare particolarmente agitato e si chiede come fare. Dato il forte mandato a non intervenire in modo terapeutico, si chiede quale sia il modo di entrare in contatto con le modalità di esistenza degli autistici senza ridurli a un inquadramento patologico. Come andare oltre il “comportamento” come matrice per valutare la deviazione dalla norma (ancora oggi tanto in voga negli ambienti terapeutici). Matita alla mano, mossa da e con i gesti del bambino, appare il primo tracciato. Poi, un altro. Molto presto, strati di tracciati.

Linee erranti. Per gentile concessione di Sandra Alvarez de Toledo.

Il desiderio iniziale di seguire una traiettoria per “dare un senso” al comportamento autistico attraverso il tracciare, viene attenuato da un crescente interesse, tra i collaboratori, per le trame che emergono quando le tracce vengono sovrapposte. Per un certo periodo, appaiono delle legende – orizzontali e verticali – che segnalano le diverse attività, le diverse tendenze. Ma ben presto l’aspetto più interessante dei tracciati non è il loro significato o ciò che dimostrerebbero. È ciò che fanno nel palinsesto, come moltiplicano la tendenza. Man mano che i tracciati si evolvono, vengono posti alcuni vincoli:

Esercitarsi con i nodi intensivi richiede una certa qual rinuncia a ciò che sembra accadere. Quando Jacques Lin disegna il primo tracciato, lo fa per capire meglio ciò che percepisce come “comportamento”. Questo è l’orientamento generale. Tutte le terapie dominanti per l’autismo mettono l’accento sul comportamento. Ma ciò che qui si intende per comportamento non è altro che un’abbreviazione di devianza, e l’ABA (Applied Behavior Analysis – l’“Analisi del comportamento applicata” centrata su tecniche di rinforzo del comportamento neurotipico [N.d.T.]) e tutte le sue varianti non sono interessate ad altro che a mettere in primo piano la devianza. Creare un corpo neurotipico, come si intende fare, significa creare condizioni per la docilità. Nessun autistico diventerà mai neurotipico (come se un corpo potesse far propria una condizione sistemica…). Ma imparerà a vergognarsi della sua devianza. Rifiutando qualsiasi tipo di trattamento e astenendosi da qualsia si dottrina esplicativa (attraverso la cartella clinica o la riunione d’équipe), Deligny e i suoi collaboratori imparano a non vedere i “comportamenti” e, in questo non vedere, forse cominciano a capire quanto i loro presupposti di partenza fossero scontati. I tracciati operano in questo senso producendo un palinsesto di differenze, sovrapponendosi allo sguardo sui comportamenti in modo tale che i gesti minori diventino palpabili.

Evitare il contorno – procedere per ricalchi dall’interno verso i contorni. La traccia del gesto o di una realtà in movimento (sta piovendo: tracce) sembra facile da provocare, il che ci darebbe l’inizio di una scrittura.

Sembra probabile che si vada verso un linguaggio “annodato” di segni di atti […] È molto probabile che i tracciati non siano affatto una rappresentazione di oggetti, ma rendano palpabile e mettano in “segno” tutta un’altra “materia/ materialità”.

La rete: i ragazzi autistici seguono gli abitanti del luogo durante i loro lavori agricoli, gli abitanti del luogo sono invitati a non cedere al desiderio di curare o di aggiustare. Gli accampamenti vengono montati e smontati. Si instaura una routine quotidiana che prevede la preparazione del pane, la cura del fuoco, il trasporto dell’acqua, il lavaggio dei piatti. Ci sono capre e altri animali. Tutti se ne prendono cura. Il lavoro viene distribuito. Si girano film, si scrivono libri, si disegnano e si stratificano le tracce. A volte i tracciati vengono realizzati nel momento stesso dell’attività, a volte in un secondo tempo. Il loro scopo non è quello di conoscere da fuori. Esistono per disconoscere l’idea stessa di dentro.

Per allontanarsi dall’interiorità, diventa necessario uno spostamento del linguaggio. Nelle descrizioni dei tracciati e nei suoi scritti sull’autismo, Deligny rifiuta il pronome riflessivo se (sé/si), optando invece per il dimostrativo ce (questo, quello, esso). Preferisce anche l’infinito alla coniugazione (tracciare, non lui ha tracciato). Utilizzando ce – il pronome impersonale e indefinito – e rifiutando la coniugazione dei verbi, il linguaggio si trova mosso dall’attività, dal movimento stesso. “Il contesto è linguaggio oppure non è”.

Con l’infinito in testa e il linguaggio, non costretto, nel suo movimento, alla posizione del soggetto, la frase genera un peculiare innesto di esperienza. Il dimostrativo non solo sostituisce l’abitudine di porre l’io al centro di ogni azione, ma l’infinito sposta il rapporto con il tempo, raccogliendo l’attività nell’atto stesso.

“Tracciare-trascrivere è diventata per noi una pratica che ci porta alla ricerca di un certo qual “noi” che io dico (a me stesso) senza dubbio non è della stessa natura di quello conferito dall’uso inveterato del verbo”.

Erin Manning è una delle voci più significative della filosofia politica contemporanea, inedita sinora in Italia. Insegna Arte relazionale, Cinema e Filosofia del processo alla Concordia University di Montréal, in Canada. Con Brian Massumi lavora da anni su progetti che intrecciano filosofia, estetica e politica.

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