Storia della donna che attraversò il surrealismo e ne uscì altrove
Una iena con le mammelle gonfie ci osserva da una stanza, figure incappucciate sbucciano verdure in una cucina alchemica, creature metà umane e metà animali si incontrano sotto gli alberi. Le figure dipinte da Leonora Carrington hanno spesso qualcosa di familiare e insieme di indecifrabile: sembrano provenire dai sogni di un mago, da antiche fiabe sapienziali, da tradizioni esoteriche di cui abbiamo perduto la chiave.
Pittrice e scrittrice, in oltre settant’anni di produzione artistica Carrington ha allargato i confini del cosmo, mettendo in discussione l’idea che la ragione, da sola, possa esaurire tutto ciò che esiste.
Nata nel 1917 a Chorley, in Inghilterra, in una famiglia benestante, Leonora cresce insofferente alle convenzioni sociali che vorrebbero destinarla a una vita rispettabile e prevedibile. Fin da bambina è attratta dalle fiabe irlandesi, popolate di personaggi misteriosi, che la madre le racconta. Quando si trasferisce a Londra per studiare arte, trova subito nel surrealismo un ambiente in cui queste passioni possono diventare il punto di partenza di una ricerca artistica.
Nel 1937 incontra Max Ernst, pittore tedesco già affermato, e si trasferisce con lui in Francia: entra così in contatto con il movimento di André Breton. Carrington ne condivide visceralmente lo spirito di rivolta, ma non accetta di essere relegata al ruolo di musa in un movimento dominato da uomini. Vuole essere lei a stabilire le regole del proprio universo e decidere quale forma dare alla propria esistenza, una posizione che in quegli anni non è per niente scontata.
La Seconda guerra mondiale interrompe bruscamente questa stagione. Dopo l’arresto di Ernst da parte delle autorità francesi, Carrington fugge in Spagna. Qui attraversa una crisi drammatica e viene internata in una clinica psichiatrica a Santander. Racconterà l’esperienza in Down Below (Giù in fondo, pubblicato in Italia da Adelphi), uno dei suoi testi più intensi, nel quale il ricordo della sofferenza si intreccia con visioni e riflessioni sulla follia, sul potere e sulla libertà individuale.
Nel 1942 raggiunge il Messico, dopo un matrimonio con il diplomatico Renato Leduc e un soggiorno a New York. È una svolta decisiva. A Città del Messico entra in contatto con una comunità di artisti e intellettuali europei emigrati, tra cui la pittrice Remedios Varo, con la quale condivide l’interesse per l’alchimia, l’occultismo e le tradizioni mitologiche. Il Messico diventa la sua casa definitiva e il luogo in cui il suo immaginario acquista una nuova profondità.
Nell’alchimia, nei miti e nelle tradizioni spirituali Carrington cerca modi diversi di interpretare la realtà, capaci di mettere in relazione il mondo visibile con quello che sfugge all’esperienza quotidiana. In questo percorso si inserisce il suo interesse per i Tarocchi.
Le ventidue carte degli Arcani Maggiori da lei dipinte, realizzate intorno alla metà degli anni Cinquanta e riscoperte solo molti decenni dopo, mostrano quanto il mazzo fosse vicino alla sua sensibilità artistica. Carrington rielabora le immagini tradizionali, inserendole in un universo popolato dalle sue creature, dai suoi animali e dalle sue figure enigmatiche.
A interessarla è soprattutto la capacità dei Tarocchi di generare interpretazioni diverse senza esaurirsi in nessuna di esse. Una carta non è in alcun modo, per lei, una definizione da imparare a memoria, ma un’immagine che cambia a seconda di chi la osserva e delle domande che le vengono rivolte: il suo significato può emergere proprio dall’incontro tra l’immagine e l’esperienza personale.
Questa intuizione ebbe un ruolo importante anche nell’incontro con l’allora giovane Alejandro Jodorowsky. A Città del Messico, Carrington gli mostrò i ventidue Arcani e gli chiese di descrivere ciò che vedeva in ciascuno di essi. L’esperienza, racconta lo stesso Jodorowsky, fu per lui illuminante: comprese che le carte potevano essere lette come immagini vive, capaci di far emergere associazioni e intuizioni, anziché come un codice di regole fisse da decifrare.
Jodorowsky avrebbe sviluppato in seguito una propria pratica di lettura dei Tarocchi. Nell’incontro con Carrington trovò un’indicazione fondamentale: prima di applicare alle carte un sistema interpretativo, occorre imparare a osservarle.
C’è un altro elemento che attraversa tutta l’opera di Carrington e che forse più di ogni altro rivela la sua visione del mondo: la presenza degli animali. Cavalli, iene, uccelli e creature ibride: presenze con cui gli esseri umani condividono lo spazio e la possibilità di una propria trasformazione.
Nel suo celebre Autoritratto, la iena sembra rappresentare una parte nascosta della personalità dell’artista o forse una compagna, una creatura con cui intrattiene una relazione che non ha bisogno di essere spiegata. Anche il cavallo ricorre spesso nei suoi dipinti come figura di libertà e di passaggio tra mondi diversi.
Questa vicinanza all’animalità si lega al suo interesse per l’esoterismo. Nell’alchimia, in particolare, dove la trasformazione è sempre un processo che coinvolge la materia e non soltanto lo spirito, Carrington trova la via per conoscere senza separarsi dal mondo naturale, anzi entrando più a fondo in relazione con esso. Il corpo può mutare, le identità non sono definitive, l’essere umano non è necessariamente la misura di tutte le cose.
Per tutta la vita, la sua immaginazione non smetterà di mettere in crisi i confini tra umano e animale, realtà e sogno, familiarità e perturbante. Lo mostra anche La debuttante, la raccolta di racconti riproposta da Adelphi nell’ottobre 2026, in cui la scrittura di Carrington assume la forma di un mondo rovesciato, popolato da creature ambigue e metamorfosi imprevedibili.
Leonora Carrington muore a Città del Messico nel 2011, all’età di novantaquattro anni.
“Se sono i miei pensieri – scrisse una volta – allora posso essere qualsiasi cosa, da un brodo di pollo a un paio di forbici, un coccodrillo, un cadavere o una pinta di birra. Se sono i miei sentimenti, allora sono amore, odio, irritazione, noia, felicità, orgoglio, umiltà, dolore, piacere, eccetera, eccetera. Se sono il mio corpo, allora sono da un feto a una donna di mezza età che cambia ogni secondo. Tuttavia, come tutti, desidero ardentemente avere un’identità, anche se questo desiderio mi sconcerta sempre. Se esistesse una vera identità individuale, mi piacerebbe trovarla, perché, come la verità, con la scoperta scompare”.

Niccolò de Mojana si occupa da vent’anni di comunicazione e libri. Ha diretto campagne pubblicitarie per i principali editori italiani, gestito spazi digitali come «Kobo» e «Ampère Books», curato pubblicazioni e collane tematiche. Insegna al master IED, è socio di Setonix Agency, dove ha condotto a lungo percorsi di sviluppo per i team aziendali. È fondatore di studio śūn/kairos, progetto di formazione individuale e collettiva per persone e gruppi di lavoro. Suoi articoli appaiono talvolta su riviste come «L’Indiscreto» e «Fumettologica». Vive e lavora a Milano.
contatti
Registrati per essere informato sulle prossime attività di studio sūn.
info@studiosun.it
Tel
+39 3441958343
Indirizzo
Via Valparaiso, Milano, Italia
