Il dio che danza in catene. L’orso, tra sacro e selvatico
Tra le ombre della Selva di Tarnova, un’orma d’orso apre la soglia tra ragione e immaginazione. Un’escursione notturna si trasforma in rito mitico: leggende siberiane di metamorfosi, il destino di Callisto, l’Orsa Maggiore che insegue eternamente le Pleiadi nel cielo. Il selvatico riemerge come specchio di ciò che la civiltà incatena, e di ciò che desideriamo in segreto, fra paura e nostalgia dell’animale che fummo.
Un estratto da «Il dio che danza in catene. L’orso tra sacro e selvatico» di Francesco Boer e Fabio Bortesi, edito da Piano B Edizioni.
Fra terra e cielo
Il sole è già tramontato, ma ci vorrà un bel po’ prima di tornare al parcheggio dove ho lasciato l’automobile. Sono sulle strade sterrate che si infilano nella Selva di Tarnova, in Slovenia. Ci passano i boscaioli del luogo, o gli escursionisti come me; ma il luogo è degli orsi. Questo pomeriggio ho trovato le loro impronte. Erano ai bordi di una pozzanghera, non lontano dalla strada: la zampa davanti, con il segno delle unghie ben calcato sul terreno molle; e quella dietro, simile a un piede umano, ma più tozzo, più forte.
L’orma è come un simbolo, pare quasi capace di evocare la presenza viva dell’animale. Non è qui, in questo istante, ma è come se lo fosse; so che ha posato il passo sullo stesso luogo in cui ho camminato io.
Voglio incontrarlo? Non lo so. Da un lato vorrei vederlo con i miei occhi, per capire in prima persona cos’è questa leggenda vivente che sto inseguendo. Da un lato non vorrei disturbarlo; è pur sempre un animale selvatico, proverbialmente schivo. Che diritto ho di disturbare la sua solitudine? La mia è sete di conoscenza, o un capriccio?
E poi sì, un po’ ho paura. Specialmente ora che inizia a diventare buio. La ragione funziona a energia solare; dopo il tramonto si attenua gradualmente, fin quasi a spegnersi, e al suo posto si attiva l’immaginazione. Ha quasi una forza autonoma, che non si lascia affatto domare dalla volontà umana. Cerco di rassicurarmi – l’auto è vicina, è una strada frequentata, ho il GPS a segnare la via – ma per quanto mi sforzi, il bosco attorno a me non cessa di trasformarsi. Gli alberi diventano ombre, fra le fronde risuonano versi che non conosco; il bosco sembra parlare, e forse si rivolge anche a me, ma lo fa in una lingua troppo antica perché io possa comprenderla.
Mi torna in mente una leggenda dei Mansi: un ragazzo si era perso, mentre era a caccia nelle foreste della Siberia Occidentale. Sconsolato, si sedette sul grosso tronco di un vecchio albero caduto. Il ragazzo piangeva: voleva tornare a casa, al sicuro del suo villaggio, dove le luci delle torce tengono lontano il cupo incanto della foresta. Ma il tronco era coperto di muschio, il legno già marcescente si lasciava fiorire di funghi; la seduta era tutt’altro che salda. È così che, mentre era intento a disperarsi, il ragazzo d’un tratto cadde. Un bel ruzzolone, che lo fece finire a testa in giù.
Quando provò a rialzarsi, però, qualcosa era diverso. Riusciva a stare in posizione eretta, ma il corpo gli pesava diversamente. La sua pelle era coperta di peli, i muscoli avevano una potenza mai provata prima.
Improvvisamente pieno di confidenza, il ragazzo decise che da allora sarebbe vissuto seguendo i suoi desideri, senza riconoscere l’autorità di nessun altro uomo.
Intanto, la strada che sto percorrendo è diventata una traccia pallida. La ghiaia che la copre getta un riflesso incerto, quasi lunare, circondato dal nero degli alberi, ormai già fusi con la notte.
Affretto il passo, e sto attento a non inciampare. I Mansi hanno ragione: a cadere, in posti simili, si rischia di perdere l’umanità. Più vicini al suolo, eppure esenti da quelle autorità che rassicurano, ma al tempo stesso incatenano. Mi viene quasi da desiderarla, questa trasformazione; ma al tempo stesso ne ho timore. In fin dei conti, dietro ogni paura c’è un’aspirazione inconfessata. C’è da dire che ben pochi hanno il coraggio di seguire i propri desideri fino alle loro estreme conseguenze; e forse è una fortuna per tutti che sia così. La foresta mi seduce, e io ricambio il corteggiamento, ma senza mai oltrepassare il punto di non ritorno.
Intanto, sono finalmente arrivato al parcheggio. Appoggio lo zaino a terra e mi sdraio con la schiena sul cofano dell’auto. Sopra di me c’è il cielo stellato. Ormai non sono più abituato allo spettacolo del firmamento. Le luci artificiali delle città rassicurano la coscienza, ma spengono la poesia: il loro riverbero adombra le stelle, il nostro inquinamento si propaga perfino con la luce, fino a invadere la volta celeste.
Qui è diverso: il cielo notturno è impreziosito da innumerevoli stelle. La Luna è ancora nascosta, ma la notte vibra di gemme luminose e tenui bagliori. Si vedono persino le sfumature della Via Lattea. E proprio in mezzo a quella vastità, nuovamente, incontro l’orso. È tutto il giorno che l’ho cercato, oppure l’ho rifuggito, nella foresta; e ora mi si para di fronte, nelle vesti di una costellazione.
Cadendo al suolo, l’umano può trasformarsi in orso; ma l’orso può risalire, trasferendosi al cielo stellato, come se di notte ci fosse una continuità fra la foresta e il firmamento.
Sette stelle luminose, una forma inconfondibile. Eccola lassù, l’Orsa Maggiore.
Gli antichi greci raccontano che prima di essere una costellazione, era un’animale in carne ed ossa; e prima ancora, era una ninfa, del seguito di Artemide. Come tale, osservava la stretta castità che la dea degli animali e della caccia richiedeva. Un giorno, però, la sua verginità fu presa con l’inganno.
Callisto rifuggiva gli uomini, ma abbassava le difese nei confronti della sua dea. Zeus, che si era invaghito della ninfa, pensò di approfittarsene, assumendo le sembianze di Artemide. Dopo l’unione, Callisto rimase in cinta.
Per un periodo, la ninfa nascose la sua gravidanza, con vesti ampie e vaporose. Un giorno, però, Artemide invitò il suo seguito a bagnarsi assieme a lei, nelle acque cristalline di una fonte. Callisto tentò di rifiutarsi, non volendo spogliarsi; le altre ninfe allora le strapparono la veste, svelando al tempo stesso il corpo e il suo segreto.
Furiosa per la trasgressione, la dea attese che Callisto partorisse, e poi la trasformò in un’orsa.
Le connessioni fra la dea e le orse, d’altronde, sono forti. Già il nome, così simile a quello della celtica Artio, ricorda quello dell’animale; nel tempio di Brauron, in Attica, Artemide era poi adorata con un rituale riservato alle fanciulle, che per l’occasione “facevano le orsette”, danzando in modo da mimare la bestia.
In un certo senso, dunque, la trasformazione di Callisto è uno svelamento dell’aspetto più ferino e lascivo della dea; una natura che di per sé è madre e vergine, eppure sa essere anche focosa, come un’orsa in calore.
Le disavventure della ninfa-orsa non finisco qui. Suo figlio, Arcade, crebbe infatti ignaro della trasformazione della madre. Il giovane divenne un abile cacciatore; ed è proprio mentre si aggirava nel bosco, durante una battuta di caccia, che si imbatté nella propria madre. Istintivamente, Arcade alzò il braccio, pronto a scagliare la propria lancia contro l’orsa. Zeus, però, volle evitare il tragico matricidio. Trasportò entrambi in cielo: Callisto divenne la costellazione dell’Orsa Maggiore, e il figlio trovò posto accanto a lei nella stella Arcturus, il cui nome significa “Il guardiano dell’Orsa”.
Gli astronomi greci non furono gli unici a vedere nella costellazione la figura di un’orsa.
Le popolazioni indigene delle Pianure del Nord America tramandano una leggenda sorprendentemente simile. Una giovane ragazza si ostinava a rifiutare le offerte di matrimonio che le venivano proposte. Rifuggiva dalla vita del villaggio, e appena possibile scappava nella foresta. Il suo non era un desiderio di solitudine; al contrario, nel fitto del bosco la donna si incontrava con un orso, che era anche il suo amante.
Il segreto, alla lunga, trapelò. Forse qualche impiccione seguì la ragazza, e fece la spia al villaggio. A sentire di questa commistione bestiale, la gente montò su tutte le furie. Fu la sorella della ragazza a suggerire la terribile ritorsione: venne organizzata una spedizione, con a capo i sei fratelli maschi della giovane fuggitiva. L’orso venne ucciso, e la vedova fu riportata a forza nel villaggio.
Passarono i giorni e i mesi. All’apparenza, la ragazza era tornata alla vita normale, ma qualcosa le covava dentro; e un giorno esplose con tutta la violenza con cui il mondo selvatico sa manifestarsi. La giovane giocava con la sorella, la stessa che l’aveva tradita. Per scherzare, si mise a imitare le movenze dell’orso, rugliando allo stesso modo dell’animale. Ma era davvero uno scherzo? Non riusciva a smettere, come se la mente le se stesse annebbiando, e il corpo si muovesse da solo. Prima di accorgersene, si trasformò davvero in un orso; il gioco divenne una feroce aggressione, e quel giorno diverse persone del villaggio morirono per gli artigli e i denti della ragazza.
La sorella e i sei fratelli, intanto, si diedero alla fuga. L’orsa correva alle loro spalle, ormai era sul punto di raggiungerli. Cercarono di arrampicarsi sull’albero, ma anche la bestia salì lungo il tronco, con un’agilità che non si sarebbe mai sospettata da un corpo così tozzo e pesante. Ai fratelli non restava che rivolgere le armi contro la propria sorella, ormai definitivamente passata al regno degli animali.
Fu così che la giovane orsa morì. Dopo un simile misfatto, però, i fratelli e la sorella non potevano tornare al villaggio. Invece di scendere dall’albero, salirono ulteriormente, fino al cielo, trasformandosi nelle sette stelle dell’Orsa Maggiore.
Le stelle iniziano a scomparire. Una nuvola densa risale dal crinale; senza la luce della Luna, pare una macchia di oscurità che inghiotte gradualmente il cielo. Mi chiedo se non accada lo stesso anche dentro l’animo umano. C’è in noi una poesia antica e bellissima, ma anche un’ombra che la soffoca. Siamo un combattimento fra luce e oscurità.
Si dice “leggenda”, e si pensa a incanto e bellezza; ma il più delle volte, gli antichi racconti sono amari, lasciano sgomenti. È così anche per le leggende che l’Orsa maggiore mi ha raccontato stasera. La bestia come vittima, la donna punita per esser autonoma nelle proprie scelte sentimentali e sessuali. Il ritorno al selvatico come colpa e al tempo stesso castigo. Mi pare tutto tremendamente attuale, fin troppo; vorrei consolarmi con storie più dolci, un lieto fine che metta in pace la coscienza. Ma non è questo il ruolo dell’immaginazione. Non serve a fuggire dalla vita, ma a raccontarla in altre forme, che a volte possono essere altrettanto spietate della realtà.
Guardare le stelle mette vertigine; ascoltare i loro racconti ha un effetto destabilizzante. Una voce silenziosa scuote le certezze con cui tentiamo di coprire le pieghe più dolorose del nostro essere. Sì, gli antichi racconti sono amari, come lo sono le medicine più efficaci. A volte occorre lo specchio del firmamento per guardarsi dentro, là dove lo sguardo altrimenti vedrebbe soltanto una superficie edificante. L’immaginazione sa scalzare le finzioni che ci raccontiamo di essere. Spogliarsene è doloroso, ma è l’unica via per raggiungere una consapevolezza più profonda; ed è lì, nelle radici dell’anima, che possiamo agire per contrastare le viltà e le chiusure che funestano l’essere umano. Forse risolvere i nostri dilemmi è impossibile; ma affrontarli è un dovere a cui non possiamo sottrarci.
Una goccia sulla fronte mi distoglie dalla contemplazione. Meglio rincasare. Salgo in auto e accendo i fari; le stelle rimaste si ritraggono, come spaventate. Occhi di bestie nella foresta del cielo.
Le gocce si rincorrono, dopo una breve ouverture si scatena la sinfonia di un acquazzone. Guido lentamente, pare di essere in un riverbero del diluvio.
Secondo una tradizione ebraica, anche il nubifragio biblico è connesso alla volta celeste, e all’orsa. Per scatenare il diluvio, il Signore tolse due stelle dalla costellazione delle Pleiadi. In questo modo, le acque maschili sopra il firmamento si unirono a quelle femminili, che provengono dalla Terra. Per porre fine all’alluvione, Dio mise al loro posto altre due stelle, prese dalla costellazione dell’Orsa. È per questo che l’Orsa insegue le Pleiadi: cerca i suoi due cuccioli, ma li raggiungerà solo nel mondo futuro.
Forse la pioggia in cui sto guidando è un pianto cosmico, per questo sentimento di separazione che l’orsa rappresenta in cielo, e che coinvolge il mondo intero, me compreso.
Ma ormai ho raggiunto la strada asfaltata, incontro altre automobili sulla corsia opposta, i cartelli stradali mi rassicurano indicando la via di casa. Torno al mondo delle certezze che consolano. Eppure sento che c’è qualcosa di diverso: conservo in me l’inquietudine che il bosco e il cielo sanno trasmettere. Una sensazione scomoda, che si vorrebbe poter sfuggire; ma che può essere il preludio di una trasformazione.

Francesco Boer è uno scrittore, simbologo e ricercatore naturalista. Classe 1980, vive a Selz, sul confine nordorientale. Dal 2012 ha pubblicato diversi titoli fra saggistica e narrativa, con editori come Il Saggiatore, Mursia, Kappa Vu, Fontana Editore.
Francesco Boer è uno scrittore, simbologo e ricercatore naturalista. Classe 1980, vive a Selz, sul confine nordorientale. Dal 2012 ha pubblicato diversi titoli fra saggistica e narrativa, con editori come Il Saggiatore, Mursia, Kappa Vu, Fontana Editore.
Fabio Bortesi (Mantova, 1975) rievocatore di fiabe, narratore di mitologie, esperto di erbe officinali e di rituali antichi, proviene da una famiglia che da tre generazioni si occupa di piante officinali ed erbe spontanee. All’attività di erborista, che continua nella gestione dell’azienda di famiglia Il Tarassaco, affianca quella di divulgatore.
Fabio Bortesi (Mantova, 1975) rievocatore di fiabe, narratore di mitologie, esperto di erbe officinali e di rituali antichi, proviene da una famiglia che da tre generazioni si occupa di piante officinali ed erbe spontanee. All’attività di erborista, che continua nella gestione dell’azienda di famiglia Il Tarassaco, affianca quella di divulgatore.
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