Che cos’è uno sciamano? Un guaritore, un sacerdote, un attore, un imbroglione? O piuttosto qualcuno che abita una soglia, là dove il nostro modo di intendere la realtà comincia a vacillare?
In questo estratto da L’imbroglione sacro (Einaudi, 2026), Bartolomeo Cafarella racconta l’incontro con Vera Sazhina, sciamana siberiana, e interroga quella soglia sottile in cui rituale, arte e trasformazione della realtà finiscono per confondersi.
«Cos’è uno sciamano?» se lo sono chiesto in tanti, poiché non è per niente facile dare una risposta univoca. Persino prendendo in considerazione esclusivamente la regione tungusa, la parola sciamano sarebbe troppo generica. Volendo invece porci al lato opposto, includendo tutte le culturecosiddette sciamaniche, avremmo una tale pletora di varianti da poter includere praticamente quasi tutti i curatori, i sacerdoti e in generale la grande vastità di operatori spirituali presenti nel mondo in tutti i diversi periodi storici. Dai druidi ai curanderos, dagli iatromanti ai medicine men, dagli antichi faraoni agli stregoni vudú. Non per niente una delle teorie piú interessanti sulla nascita della filosofia greca vorrebbe indicare come padri del pensiero occidentale un lignaggio di sciamani provenienti dall’Est.
Lo sciamano è un essere mutevole. «L’unico modo di sapere qualcosa degli sciamani è quello di diventare sciamani» disse la sciamana ainu Husko al ricercatore giapponese Emiko OhnukiTierney. In effetti, non c’è forse altro modo per approcciare il mondo sciamanico se non quello di entrarci dentro. Senza la pretesa di diventare sciamani ma nel tentativo di parlarne a partire dall’esperienza concreta e diretta di questi personaggi unici.
Una delle prime sciamane che ho incontrato sul mio cammino è proprio una sciamana siberiana, della regione di Tuva: Vera Sazhina. Paradossalmente mi trovavo all’università, la prima volta che l’ho incontrata, per l’incontro di apertura del Master in Partnership Studies e tradizioni native dell’Università di Udine.
Adesso immaginate una sala universitaria moderna, le pareti bianche, i pannelli al soffitto, i proiettori, i microfoni. E dalla porta entra una vera e propria strega: i capelli lunghi, brizzolati e crespi, tenuti sulla testa da un cappello tipico delle regioni siberiane, un copricapo conico di stoffa colorata, ornato da catenine pendenti e decorato da ghirigori e motivi astratti; gli occhi azzurrissimi, luminosi come la neve, quasi spiritati; il nasone adunco, classico dello stereotipo occidentale della megera. E sulle spalle una lunga giacca di pelle scura, sgualcita, ricoperta di sonagli, finti serpenti, zampe di animali, strisce di stoffa. Già la sua sola presenza è destabilizzante, come una cosa fuori posto.
Iniziamo l’incontro con una preghiera al cielo, un rituale di benedizione e ringraziamento. Una pratica semplice, in cui ognuno ringrazia per tutto ciò di cui sente di voler ringraziare, gettando del latte di Tuva verso il cielo come una forma di offerta per gli dèi. Una pratica primitiva, semplice, comprensibile per chiunque. Tuttavia, qualcosa di strano sembra già accadere. Uno dei partecipanti si lamenta e non vuole pregare. Non ha niente per cui ringraziare, dice. Poco dopo Vera propone un altro piccolo rituale di purificazione: l’atto di ricevere alcune frustate sulla schiena per scacciare via i demoni, le ansie, la pesantezza che ci portiamo sulle spalle. Chiaramente parliamo di frustate simboliche, niente di neanche lontanamente violento. A quel punto, però, il signore che già non aveva voluto pregare ringraziando il cielo si inalbera e se ne va via – per non tornare mai più.
Per molti osservatori lo sciamano è poco piú che un attore, una persona che attraverso un rituale evocativo e coinvolgente è in grado di entrare in uno stato di isteria che può ingannare sia lui sia il suo pubblico. (Nevill Drury , Gli sciamani)
Ho pensato per anni a questo episodio. Cosa aveva potuto dare così fastidio a questo signore per decidere di andarsene indignato e di non partecipare più all’intero percorso? In fondo si trattava solo di alcune finte scudisciate sulle spalle, questione di qualche secondo. Non era richiesto di crederci davvero. Eppure, questo signore se n’era proprio andato infastidito, turbato forse. Col tempo sono arrivato all’ipotesi che si sentisse seriamente preso in giro. Una risposta abbastanza comune quando il pensiero occidentale incontra le tradizioni sciamaniche.
Osservando Vera Sazhina – e gli altri sciamani che ho avuto l’onore di conoscere – ci si rende subito conto delle potenzialità di quel particolare potere mentale che Éveline LotFalck chiama «autocondizionamento», ovvero la capacità di creare una messa in scena, un artificio, persino un imbroglio, credendoci talmente tanto a fondo da «provocare stati di insensibilità al dolore, fenomeni di meteorismo (gonfiore del ventre), sudorazioni di sangue» e altre condizioni analoghe, stati alterati della coscienza. È come se il patto narrativo, condiviso dalla comunità e dallo sciamano, rendesse lo spettacolo dello sciamano profondamente reale e gli desse perfino il potere di agire sulla realtà per modificarne la forma.
Lo sciamanesimo, nel corso dei secoli, ha intessuto legami ampi e fitti con l’arte drammatica, figurativa e musicale. Gli sciamani, d’abitudine, possiedono un dono artistico, raccontano volentieri le avventure degli eroidel folklore, li mimano e gesticolano, cercando, attraverso la pronuncia, di mettere in evidenza le diverse voci; in modo diverso interpretano i suoni degli animali e degli uccelli, tanto che a volte questa capacità di imitare la voce degli animali tocca il virtuosismo. Maksimovic, sciamano tuvino, ama imitare gli animali e, quando si sta nella natura con lui, non si sa mai se sia il suo talento espressivo a trarci in inganno o se ci sia realmente un orso che si sta avvicinando. (Saudin, Allione, Lo sciamanesimo siberiano)
Non è certamente un caso il fatto che Vera Sazhina sia anche una rinomata artista. L’arte e lo sciamanesimo sono sempre stati molto vicini e non c’è dubbio che la maggior parte degli sciamani che ho incontrato e che conosco – o di cui ho letto – dimostrino molto spesso una spiccata e sinistra forma di creatività. Basta osservare i loro abiti, ascoltare i versi che riescono a emettere o la potenza espressiva degli strumenti che suonano di solito, per non parlare dei canti, gli inni sacri, gli icaros. E ancora la capacità di fabbricare amuleti, di dipingere le loro visioni, di creare oggetti di potere e manufatti magici, altari e luoghi di preghiera.
Nel caso di Vera Sazhina e dello sciamanesimo siberiano, per esempio, oltre al canto e al suono del tamburo, grande rilevanza hanno gli eeren, spiriti incarnati in bamboline, confezionate dallo sciamano o da un discepolo per portare protezione. Fondamentalmente si tratta di confezionare una bambola, con vari materiali e tecniche diverse. Si può anche aspirare a un certo grado di perfezionamento in quest’arte, come quello raggiunto da Vera, ma l’importante è l’effetto che vogliamo ottenere da questa pratica.
Un’arte antica basata perlopiù sull’intuizione. Durante il lavoro di creazione del manufatto si prosegue cercando di lasciarsi guidare da quello che arriva come un’ispirazione – come un suggerimento dello spirito contenuto nella bambolina stessa – invece di perseguire un progetto o un canone estetico precedentemente stabilito. È indubbio che la maestria creativa dello sciamano non sia casuale. Tuttavia, non si tratta di una ricerca spasmodica della resa estetica: per quanto possa essere bella, credibile, evocativa, una bambola rimarrà sempre una bambola, fisicamente, in questa realtà tangibile.
Cos’è allora che fa lo sciamano per permettere a una messa in scena – come quella di ringraziare Padre Cielo semplicemente scagliando del latte verso l’alto e pronunciando delle parole di ringraziamento – di poter diventare un vero e proprio rituale sciamanico che possa agire sulla realtà e modificarla? «Credere per vedere» dicono loro, al contrario del tanto acclamato motto biblico «vedere per credere».
Se voi mi chiedeste: «Qual è la piú semplice e concisa definizione dello sciamanismo?», io vi risponderei: «È esattamente il nostro opposto! Basta rovesciare al di fuori tutto quello che si trova al di dentro nel nostro mondo, ed ecco che subito trasparirà la luce del mondo sciamanico». (Kalweit, Guaritori, sciamani e stregoni )
Cos’è uno sciamano? Un attore, un truffatore, un guaritore, un sacerdote o tutte queste cose contemporaneamente? O ancora nessuna di queste cose? Direi che anche se bisogna sempre sottolineare che ogni cultura sciamanica ha le sue sacrosante specificità è comunque senz’altro vero che tutti gli sciamani sono stati come toccati da un «dono assegnato dagli Dei».
Un dono che somiglia a una maledizione. Essere uno sciamano, difatti, è una grande responsabilità e anche una condanna definitiva: a non essere più di questo mondo ma divenire un essere tra i mondi, un emarginato, un ibrido, una strega. Una persona che potremmo definire – così come è stato fatto per secoli, in vari modi, in diverse parti del mondo – malata di mente, pazza.
Bartolomeo Cafarella ha pubblicato racconti, articoli e saggi su diverse riviste e giornali. Si occupa soprattutto di filosofia dell’animalità, antropologia, storia delle religioni e tradizioni native. L’attento lavoro svolto sulla figura e sugli scritti di René Daumal lo ha portato a firmare la prefazione a Controcielo (Edizioni Tlon, 2020) e la postfazione a La Guerra Santa (Ursae Coeli, 2021). I suoi ultimi lavori sono il saggio Il simbolo tace. Il dio fanciullo e l’accordo supremo (DITO publishing, 2020) contenuto nell’omonimo pamphlet, Opera animale. Appunti sul teriantropismo e sulla metamorfosi (Edizioni Volatili, 2021) e uno dei reportage narrativi del libro È giusto che finisca così (CTRL, 2023) incentrato sulla Biblioteca del Lupo in Valchiusella.
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