La sapienza greca. Tra Eraclito e Giorgio Colli
Pubblichiamo un estratto da La sapienza greca, III. Eraclito, di Giorgio Colli, riprodotto per gentile concessione dell’editore Adelphi.
Il testo, dedicato alla lettura dei frammenti e alla dimensione sapienziale del pensiero eracliteo, è tra i materiali che Federico Ferrari approfondirà durante il seminario 'Dialoghi oltre la linea', come occasione di studio e confronto critico.
Pubblichiamo un estratto da La sapienza greca, III. Eraclito, di Giorgio Colli, riprodotto per gentile concessione dell’editore Adelphi.
Il testo, dedicato alla lettura dei frammenti e alla dimensione sapienziale del pensiero eracliteo, è tra i materiali che Federico Ferrari approfondirà durante il seminario 'Dialoghi oltre la linea', come occasione di studio e confronto critico.
La strada all’in su e all’in giù è una sola e la medesima.
[Ippolito, confutazione 9, 10, 4]
I confini dell’anima, nel tuo andare, non potrai scoprirli, neppure se percorerrai tutte le strade: così profonda è l’espressione che le appartiene.
[Diogene Laerzio, 9,7]
La magia dello sguardo, nell’esperienza amorosa, la sua istantaneità sconvolgente, l’aprirsi e il chiudersi di un abisso, è un fenomeno puramente conoscitivo, tuttavia sulla soglia di ciò che non è più rappresentazione.
La scossa liberatoria, esaltante dello sguardo è stata celebrata da Platone, da Goethe, da Wagner, in contesti che evadono dalla sfera strettamente erotica. La rivelazione dell’attimo scuote il cuore dell’uomo; ma questo non è che l’ultimo momento, l’emergere nell’individuazione, nella struttura corporea dell’uomo, di una conoscenza anomala. L’attimo come intuizione precede la scossa; nel fluire del tempo si erge improvvisamente un istante, che «non è in nessun tempo», dice impropriamente Platone, ma che a rigore dà inizio al tempo, è già nel tempo, però allude a qualcosa che non è nel tempo, lo ripercuote, lo esprime. Nel bagliore dello sguardo i tre momenti si confondono, e soltanto l’analisi illusoria del pensiero è capace di distinguerli.
Al di là dell’esperienza erotica, Eraclito ci fornisce l’enunciazione generale: «Ogni cosa governa la folgore». La dottrina dell’istantaneità è perciò un’indicazione ottimistica: l’attimo appartiene al tessuto della rappresentazione, allude al punto in cui questo viene lacerato, a ciò che dà senso a tutti «i precedenti travagli», secondo l’espressione platonica, a ciò che «ripaga l’intero anno», come dice Goethe.
È nella nostra vita che possiamo godere, cogliere quello che precede la nostra vita, che sta al di là della nostra vita. E dove viene esaltato l’attimo è presente la conoscenza misterica, da Parmenide a Nietzsche. L’istante testimonia ciò che non appartiene alla rappresentazione, all’apparenza.
Il conoscere come essenza della vita e come culmine della vita: tale è l’indicazione di Orfeo. E allora la conoscenza diventa anche una norma di condotta: teoria e prassi coincidono. Difatti c’è un discorso orfico antico che parla delle «strade», quelle da seguire e quelle da evitare, quelle degli iniziati e quelle dei volgari. La via, il sentiero è un’immagine, un’allusione che ritorna nell’età dei sapienti, in Eraclito, in Parmenide, in Empedocle.
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