Quaderno magnetico. Dimensioni di scoperta nello yoga
Pubblichiamo l'introduzione a Quaderno magnetico. Dimensioni di scoperta nello yoga, di Francesca Proia, pubblicato da Orthotes Editrice.
No, no – si ripeteva – non bisogna avere paura di creare. (Clarice Lispector)
Stando alle fonti, lo yoga sembra essersi originato, tra il 3000 e il 2000 a.C., come una forma di mistica popolare, spontanea, nella quale il corpo costituiva lo strumento eletto per stabilire forme di contatto con quegli aspetti del reale che la ragione non sapeva spiegare. Successivamente, pur senza perdere la vocazione mistica, lo yoga divenne anche una forma di filosofia: nel periodo compreso tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C. viene infatti considerato uno dei sei darśana, una dottrina formalmente riconosciuta che porta una possibile visione del reale. Tuttavia è una filosofia particolare perché i suoi strumenti, ovvero gli strumenti che innescano la pratica filosofica, sono delle tecniche corporee, dimensioni in grado di produrre quadri percettivi e stati della coscienza in cui il pensiero inevitabilmente si riflette.
Gli stati del corpo sono da sempre considerati, nello yoga, punti di accesso all’infinito e alla sua trama: lo yoga supporta una conoscenza incarnata, che si origina dalla dimensione percettiva e sensoriale. Una dimensione del sapere mai disgiunta dal percepirsi come unità biologica. Tale dimensione innesca uno stato di risonanza, di porosità, di disponibilità nei confronti della propria condizione di creatura in un creato, e il pensiero prende frutto da questa risonanza, da questa comprensione, per poi raggiungere forme anche molto complesse e raffinate di elaborazione mistica, intellettuale, artistica, linguistica, ma senza dissociare mai il razionale da una predisposizione al rapimento, all’assorbimento, un aspetto che scaturisce dall’abitudine al raccogliersi in un ascolto assoluto.
Lo yoga è dunque una pratica anche del pensare, e dello sviscerare la natura del pensiero, alimentata però da una pratica del corpo. Dico “anche” del pensare perché lo yoga si pone come obiettivo la produzione di una possibilità di uscita dal tempo, un non essere unicamente vincolati al tempo della vita, al tempo biologico delle creature che nascono, si riproducono, muoiono. I ṛṣi (-con questo termine sono chiamati gli antichi cantori degli inni dei Veda, cui viene attribuita la prerogativa di poesia rivelata. Per estensione si chiamano ṛṣi anche i maestri ispirati che hanno creato lo yoga dal nulla) hanno elaborato un sistema per produrre un maggior grado di “nomadismo” sulla scala della questione dell’essere vivi. Lo yoga è un metodo per lavorare sulle gradazioni dell’essere vivi per il mondo. In alcune fasi storiche gli yogi hanno prediletto il ritirarsi, cercando attraverso esperienze psicofisiche quei bacini di sospensione temporale che sono in fondo finestre aperte sul non essere; in altre fasi (penso al tantrismo) vivendo persino una maggior pienezza di partecipazione all’esistenza, e cercando un’adesione fedele ed esatta alle linee di forza che esaltano anche la dimensione specifica dell’incarnazione.
Questo libro si struttura attraverso una serie di nuclei tematici relativi ad alcuni aspetti essenziali dello yoga. Il titolo si ispira a I campi magnetici, opera di Breton che ha dato anche il nome a un mio laboratorio permanente di ricerca nell’ambito dello yoga, in cui la pratica diventa l’occasione per una serie di questioni “magnetiche” che individuo e propongo al gruppo per farne materia di una discussione aperta.
Il primo insegnamento che ho tratto da questi incontri è l’importanza di condurre con un bagaglio leggero, senza troppe strutturazioni. Restare disponibile al clima, alle persone, accettare di farmi spostare dalle domande, lasciare ai vuoti il tempo giusto. Avere fiducia in quel leggerissimo bagaglio, sapere che produrrà il necessario quando sarà il momento. Creare assieme un nuovo inizio, mettendo da parte ciò che già si conosce dello yoga, per rivolgersi invece verso quella condizione di disponibilità e di incertezza che permette di ritrovare, o di scoprire lo yoga come territorio di rivelazioni, dimensione molto vicina al suo intento originale.
Un altro aspetto fondamentale è il valore inestimabile del gruppo quando ciascun individuo si sente libero di prendere la parola. Creare le condizioni perché si produca questa intimità collettiva lo considero il mio lavoro; fare in modo che si liberi una trama di voci disinibite: ciascuno, ciascuna nella libertà di dire, di dare forma all’esperienza comune, di rilanciarla proiettandovi dimensioni inedite, e di esporsi anche nella propria fragilità, che una volta accolta si svela come forza e sempre è la strada per conoscere anche il talento di ogni persona, l’unicità, ciò che di insostituibile ognuno porterà al gruppo.
In definitiva lo yoga chiede di essere incarnato, cioè di continuare a vivere attraverso il pensiero originale generato da ciascun praticante che si immerga nell’esperienza yogica con senso filologico e spirito di creazione.
Predisporre uno spazio in cui le persone possano esercitare il proprio apporto in termini di ricerca e scoperta, e cominciare a sentire lo yoga come una materia che non ci è mai stata estranea.
Ecco che lo yoga acquista il valore aggiunto del manifestarsi nel corpo collettivo. Mi piace la dimensione della collettività che ogni volta si raduna, pratica, rielabora, riflette, ripensa, crea, a un tempo mantenendo vivo lo yoga e dando forma a uno spazio curativo in senso lato, una cura che passa attraverso l’ascolto di sé ma anche dall’ascoltarsi reciproco, e in cui ha un peso anche la possibilità concreta di una revisione creativa della propria esistenza.
Un ulteriore aspetto riguarda l’importanza di non fermarsi alle rappresentazioni mentali dello yoga, di non prendere nulla per dato, per scontato. Questo significa potersi collocare in una traiettoria di creazione. Nel tempo infatti, lo yoga mi si è chiarito come una materia capace di alimentare una specifica dimensione autonoma di scoperta, andando ad assumere lo status di una pratica di creazione vera e propria. La difficoltà consiste nel mantenersi fedeli a questa strada, sapere di avere in mano una materia viva e parlante, dagli sviluppi non prevedibili; restare nella natura specifica dello yoga e lasciarsi portare agendo nella creazione che suscita, al di là delle etichette.
La creazione, per lo yoga, è un principio imprescindibile, una specie di materia prima da cui discendiamo e di cui restiamo impregnati, forse il senso più vero dell’essere. L’impulso del creare ci accompagna da sempre; secondo il tantra, questo impulso è della stessa natura della Creazione, ovvero della śakti che crea la trama di tutte le cose. L’istinto del creare è quindi, in definitiva, un aspetto che ci mantiene vicini all’infinito.
Secondo la mia esperienza, c’è una creazione che alimenta lo yoga e una creazione che lo yoga alimenta: la prima ha a che vedere con il continuo esplorare le pratiche e una sorta di rifinitura costante delle stesse (somiglia a un’immersione); la seconda riguarda temi e concetti che maturano dalla pratica e che possono costituire nuovi nuclei di azioni e pensieri di natura anche non strettamente yogica (somiglia al pescare).
Ciascun capitolo di questo libro è dedicato a un diverso tema di riflessione, in un percorso che rintraccia lo svolgersi degli incontri: l’idea originale è di fare dialogare con lo yoga alcune figure storiche di artisti, filosofi e scrittori, nel tentativo di innescare una pratica di connessioni e snodi tra molteplici temi, in grado dare vita a una riflessione collettiva rinnovata, e una possibilità, per ciascun partecipante al laboratorio, di trovare appigli per una propria ricerca personale. Tra queste figure di artisti troviamo, per esempio, Teresa Murak, Joseph Beuys, Lothar Baumgarten, Chris Burden, Haroon Mirza. Ci sono poi alcuni capitoli dedicati a un confronto con opere letterarie: tra queste Breathing Aesthetics, di Jean-Thomas Tremblay; Mille piani di Gilles Deleuze e Félix Guattari; Per farla finita col giudizio di Dio, di Antonin Artaud; il saggio di Anne Carson Il genere del suono (contenuto in Vetro, ironia e Dio) e infine La somiglianza per contatto, di Georges Didi-Huberman.
Ogni spunto mi ha permesso di costituire un bacino tematico e di evocare di volta in volta delle questioni specifiche connesse allo yoga; in effetti mi ha dato, in un certo senso, la misura specifica per affrontare un dato tema yogico in un certo modo: inedito ma filologico.
È vero che lo yoga oggi è molto popolare, tuttavia credo che spesso risenta di una dispersione di senso dovuta al fatto che tutto sommato, nell’immaginario comune, resta una pratica che noi occidentali crediamo di poter avvicinare solo come storia, o come ginnastica, o magari come forma di spiritualità un po’ sconnessa dal suo contesto.
Io credo che oggi possiamo percepire lo yoga come qualcosa che ci tocca, che ci riguarda e che può avere un peso solo se siamo disposti a rinunciare di comprenderlo unicamente secondo le categorie con cui siamo soliti catalogare i nostri ambiti. Lo yoga infatti ha una sua natura specifica e insostituibile: è una filosofia che – nel suo modo proprio – nutre il pensare a partire dal corpo; ci permette di ritrovare la vita organica, la percezione e il sensoriale quali fermenti vivi alla base del nostro pensiero, e ci dona una visione più realistica dei nostri corpi come forme di intelligenza incarnata.
Mi auguro che questo libro possa essere interessante sia per chi pratica lo yoga, portando nuovi stimoli, ma anche per chi non conosce affatto lo yoga; e che questi appigli e connessioni qui suggerite possano divenire input capaci di dare nuova linfa buona alle differenti questioni e ai quesiti che ogni cammino esistenziale pone.
Francesca Proia è coreografa, danzatrice e docente di yoga. Tutto il suo lavoro è attraversato da un percorso di ricerca volto a restituire allo yoga il suo status di inedito strumento esistenziale, per un dialogo non scontato con l’occidente e il suo pensiero. Dal 2018 fonda e dirige I vasi comunicanti, scuola che si rivolge a chi desidera fare dello yoga una forma di ricerca in quanto filosofia percettiva. Tra le pubblicazioni: Yoga - La composizione delle tecniche per una pratica viva (Astrolabio Ubaldini 2022); La cattura del soffio (Edizioni Del Girasole 2017); Declinazioni yoga dell’immagine corporea (Titivillus 2011).
21 e 22 Marzo 2026
Seminario del bosco
'Passare al bosco: dietro questa espressione non si nasconde un idillio. Il lettore si prepari piuttosto a un’escursione perigliosa, non solo fuori dei sentieri tracciati, ma oltre gli stessi confini della meditazione'. (Ernst Jünger)
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